Il caso di Jekyll e Hyde «Una lenta discesa negli abissi dell’anima»
Il regista Maccieri presenta la nuova produzione MaMiMò. Da venerdì 22 gennaio al Piccolo Orologio di Reggio Emilia otto spettacoli per tre fine settimana
REGGIO EMILIA. Tre settimane e otto messe in scena, tutte “a casa propria”, il teatro Piccolo Orologio di via Massenet. Saranno però solo l’inizio, è questo l’auspicio per gli ideatori, per uno spettacolo che ha già in agenda altre date a Mantova e a Parma. Parliamo dell’ultima creazione di MaMiMò: “Jekyll e Hyde – uno strano caso”, tratto dal famoso racconto di Robert Luis Stevenson.
Per la nuova produzione un debutto in grande stile con un’intensa programmazione. Queste le date: venerdì 22 e sabato 23, alle 21, domenica 24, alle 17; e ancora nei weekend successivi: 29 e 30, alle 21, e 31 gennaio alle 17, e 5 e 6 febbraio alle 21.
La drammaturgia, manco a dirlo, è del bravo Emanuele Aldrovandi, che ha condotto un lavoro corale di riscriittura del testo come è nella filosofia di questa ormai consolidata compagnia che salirà sul palco al completo (Luca Cattani, Cecilia Di Donato, Marco Merzi, Alessandro Vezzani). In doppia veste di autore e cantante il reggiano Marco Sforza.La regia è di Marco Maccieri, che sarà anche in scena, e Angela Ruozzi.
Come nasce questo spettacolo?
«Dal nostro primo lavoro su Stevenson “L’Isola del tesoro” – dice Maccieri – Un romanzo di formazione, un’avventura. Ma con al suo interno già delineato il tema della contrapposizione tra bene e male; in termini moderni, non disneyani, ovvero il bene è solo bene e il male solo male. Dentro il male invece c’è qualcosa che affascina e anche i personaggi positivi hanno delle contraddizioni. Stevenson così ci è sembrato l’ideale per proseguire la nostra indagine sull’uomo moderno e le sue contraddizioni, visto anche il suo romanzo breve su il dottor Jekyll e Hyde. Abbiamo scoperto che le sue ricerche sul male e sull’anima furono molto forti, anche alla luce degli studi di psicanalisi e psicologia dell’800, epoca in cui visse. Un secolo che disegnò quello che siamo noi ora».
La lotta tra bene e male, dunque. Di mezzo c’è la ricerca della felicità?
«È il vero tema. Nella Londra vittoriana, dove impera il moralismo, il mondo è diviso in vizi e virtù. La donna o è prostituta o è quella intoccabile del focolare. In questo mondo Jekyll non è felice. E questa sua infelicità dipende anche dalla sua grandezza».
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Cioé?
«Per fare capire tutto questo abbiamo utilizzato anche alcune poesie di Stevenson. Marco Sforza le ha fatte diventare meravigliose canzoni, con musiche originali. Nella prima di queste si parla di un bimbo che sogna di diventare un lampionaio; la felicità è legata a questo tipo di semplicità. Mentre Jekyll è una persona molto complessa. In lui c’è un eccesso di bene: è un uomo che ha grandi possibilità e talento e questo gli crea un problema. Alla fine fa una scelta radicale: decide di separare i suoi talenti e lo fa inventando una medicina. Sceglie quindi la strada che sarà quella di tutto il secolo successivo fino a noi».
Cosa accomuna l’epoca di allora alla nostra?
«Ci accomuna il fondamentalismo scientifico, anche se oggi comincia a vacillare, che, di fatto, nasceva allora con Darwin, la genetica e la teoria dell’evoluzione. Ma la scienza è di per sé analitica e analisi vuole dire separare, dividere, distinguere per capire. Ma così la conoscenza della vita finisce per essere più importante del fatto stesso di viverla questa vita. Non è così nella cultura orientale per esempio. Poi, di contro, c’è il tema della ricerca della felicità: accomuna l’800 al secolo successivo fino a diventare, al giorno d’oggi, di ampio consumo».
Cosa è stato più difficile in questo lavoro?
«Riuscire a calibrare il lento viaggio verso l’abisso, di Jekyll, ma anche nostro. Un percorso che vorremmo facesse anche il pubblico assistendo allo spettacolo. Per cercare di dare risposte a molte delle domande che si pone da tempo l'uomo».
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