Un viaggio artistico nella storia dell’Urss
A Palazzo Borghese tele e foto raccontano il paese dal 1930
ROMA. A Roma fino al 13 Febbraio presso la Galleria del Cembalo nello storico Palazzo Borghese, oggi sede di uffici dell’ambasciata Spagnola, a pochi passi da Trinità dei Monti, sono in mostra le opere di tre artisti nati in epoche diverse, a raccontare il comunismo dalla propaganda stalinista fino agli stabilimenti ormai fantasma delle grandi basi militari abbandonate, in un percorso artistico che ritrae quasi un secolo di Unione Sovietica.
La mostra è curata da Michele Bonuomo, Laura Leonelli, Francesco Bigazzi e Davide Monteleone.
Tre storie per tre voci soliste. Tre storie indipendenti, ma unite idealmente, per raccontare nell’arco di 85 anni, dal 1930 al 2015, la storia immensa dell’Unione Sovietica, nel suo farsi e disfarsi, tra illusioni, propaganda, disillusioni, memoria.
Apre la trilogia Rozalija Rabinovich (Kiev, 1895 - Mosca, 1988), pittrice interprete originalissima della propaganda negli anni ’30 nel segno di Stalin, allieva del VChUTEMA la Rabinovich è una delle più originali e meno conosciute interpreti della propaganda sovietica. La sua è una selezione di una quarantina di disegni dal titolo Stella Rossa, realizzati dal 1930 al 1938, che giunge a Roma e racconta, sotto la luce fiammeggiante della stella rossa, miti, simboli e protagonisti dell’era staliniana, nel passaggio dall’epoca più rivoluzionaria delle avanguardie al pieno sviluppo del realismo sovietico. Nei colori primari del rosso e del nero, in una profusione “sacra” di oro, la Rabinovich dipinge un mondo in costruzione e Stroim! (costruiamo), la parola d’ordine che riecheggia tra ciminiere, treni in corsa, scavatrici, dirigibili, aerei in volo tra le guglie del Cremlino.
In una scenografia grandiosa, in un’esaltazione eroica della geometria, le ciminiere salgono al cielo, Lenin indica la via, gli aerei e i dirigibili volano da un capo all’altro dell’Unione Sovietica, Stalin annuncia i piani quinquennali, i pionieri suonano i tamburi, i paracadutisti si lanciano coraggiosi, i trattori e le scavatrici conquistano nuove terre, e le locomotive, simbolo della civiltà delle macchine, uniscono in sole sette ore Mosca e Leningrado.
La mostra prosegue con la sezione dedicata a Nel chiuso dell’Urss fotografie di Sergei Vasiliev (Cheljabinsk, 1937), nome di riferimento del fotogiornalismo oltre cortina, premiato cinque volte al World Press Photo, e autore di un intenso ritratto della vita quotidiana negli anni del primo “disgelo”, tra i carcerati, la follia dei loro tatuaggi, e i corpi morbidi e immacolati delle donne nella sauna oltre che alle fasi più emozionanti del parto in acqua, oppure dentro una banja, la sauna russa, raccontando l’intimità gioiosa di un gruppo di donne. Le fotografie vengono anche scattate dentro un carcere, là dove i detenuti mostrano con orgoglio il corpo tatuato. Dalla lunga frequentazione delle prigioni in qualità di guardia carceraria, dal 1948 Vasiliev ha infatti affiancato Danzig Baldaev nella catalogazione dei tatuaggi e nella decifrazione del loro significato, spesso diretto contro le autorità.
La mostra si chiude con la sezione restricted areas, le immagini compostissime di Danila Tkachenko (Mosca, 1989), enfant prodige della fotografia russa, che ha ritratto le zone off limits, militari e industriali, dell’ex Urss, simbolo della guerra fredda e della più ambiziosa tecnocrazia di regime: nella cornice di un lunghissimo inverno ideologico le zone abbandonate, dall’aspetto lunare, dell’ex URSS, la carcassa dell’aereo VVA14 a decollo verticale, prodotto in solo due esemplari, il più grande sottomarino diesel del mondo e ancora un’antenna parabolica per le comunicazioni interplanetarie, i laboratori in rovina di una cittadella scientifica al Polo Nord, specializzata nelle ricerche biologiche, basi militari lugubri e stranianti che compaiono come allucinanti oasi nella sterminata steppa russa, già in passato unica vincitrice sulle truppe di Napoleone.
Nell’obiettivo di un ragazzo nato nell’anno della caduta del Muro e a pochi mesi dalla fine dell’Unione Sovietica, le splendide immagini delle rovine di una potenza che voleva conquistare il mondo, dal sottosuolo allo spazio, che nel 2015 hanno entusiasmato le giurie dei premi European Publishers Award for Photography, 30 under 30 Magnum Photos, Emerging Photographer Fund Grant, Foam Talent, CENTER Choise Awards, e lacritique.org Award. Per tre anni Danila Tkachenko (Mosca, 1989) ha viaggiato il suo paese, dal Kazakistan alla Bulgaria, al Circolo Polare Artico, alla ricerca di quelle restricted areas, che dalla seconda guerra mondiale alla caduta dell’Urss, sono rimaste segrete, mute persino sulle carte geografiche.
A distanza di quarant’anni uno dall’altro, e in assoluta autonomia artistica, Rozalija Rabinovich, Sergei Vasiliev e Danila Tkachenko si passano il testimone per narrare le stagioni di un paese straordinario e della sua ideologia, che mai come oggi torna a guardare indietro nel tempo.
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