Gazzetta di Reggio

Il fotoreporter Messori scava nella storia dell’Irlanda del Nord

Cristina Fabbri
Il fotoreporter Messori scava nella storia dell’Irlanda del Nord

A Belfast esposizione del frutto di anni di lavoro sottotraccia. «Ho sempre indagato su temi sociali. Ora volo in Russia»

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REGGIO EMILIA. Ha scelto di raccontare una storia scomoda, il foto-giornalista reggiano Erik Messori, co-fondatore del collettivo “Capta”: è stato in Irlanda del Nord, nei luoghi della guerra tra IRA e militari britannici.

Luoghi spesso segreti dove il fuoco indipendentista arde ancora. Luoghi dove ha incontrato protagonisti, raccolto storie, dove l’odore di sangue è ancora forte e le sue foto “parlano” più di mille parole. Ne è nata una mostra straordinaria, frutto di quasi tre anni di intenso e non semplice lavoro: le sue foto sono esposte a Belfast, alla Red Barn Gallery, fino al 23 aprile.

Abbiamo contattato Messori il giorno dopo l’inaugurazione. “Solo nelle prime ore l’affluenza è stata di circa 200 persone, sono molto contento”, ci ha detto entusiasta. E così è partita la nostra chiacchierata.

Com'è nata l’idea di scavare nella storia dell’Irlanda?

«Quasi per caso – afferma il fotoreporter che lavora per importanti riviste internazionali – Ho sempre indagato su tematiche sociali e la storia dell’Irlanda mi ha appassionato».

È stato difficile entrare in contatto con la gente e indagare?

«È stato un lavoro lungo ed estenuante: stiamo parlando di persone che vivono ai margini della legalità. Ma, dopo un lungo periodo di studio e analisi da entrambe le parti, sono riuscito a entrare in un mondo dove nessun altro giornalista-fotografo era riuscito a entrare».

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Cos’hai scoperto?

«Un forte senso di unione e di integrità dell’identità personale. Queste persone continuano a combattere per un ideale indipendentista. C’è del fuoco sotto la cenere: non si è affievolito il loro ideale. C’è una tregua in atto, è vero, ma non è mai stata firmata la fine delle ostilità».

Cosa denunciano e raccontano in particolare le tue foto?

«Raccontano un senso di appartenenza, memoria, ricordi di amici caduti e un sogno di libertà e indipendenza».

Dov’è stato pubblicato il tuo progetto?

«Su vari magazine internazionali, come L’obs (Francia), Publico (Portogallo), poi in Russia e in Repubblica Ceca».

Ora i tuoi scatti sono esposti a Belfast. Come sta andando la mostra?

«La mostra sta riscuotendo un grosso consenso di pubblico e di critiche. È un po’ la prova che l’interesse sull’argomento è ancora vivo».

Non è la prima volta che ti occupi di storie “scomode”.

«Il mio background inizia con le schermaglie etiche in Bosnia e il genocidio in Kosovo, passando da Chernobyl, alla mafia albanese; ho documentato le miniere di carbone in India, i recenti terremoti devastanti in Italia, all’Aquila e nella Bassa Modenese».

Altri progetti in cantiere?

«Partirò a fine mese per la Russia, per un progetto di carattere sociale. So quando parto ma non so esattamente ancora quando rientrerò: sono progetti a medio- lungo termine e, a volte, le dinamiche che si innescano ti portano a rimanere più tempo per documentare in profondità».

Qualche progetto che vorresti proporre a Reggio?

«Al momento con il direttivo del collettivo Capta abbiamo deciso di concentrare i nostri sforzi su altre piazze. Però ad aprile ci sarà una mia personale a Palazzo Principi, a Correggio, per il trentennale dei fatti di Chernobyl».

Erik Messori è nato nel 1973 a Reggio Emilia. I suoi lavori sono stati pubblicati su i più importanti quotidiani e magazine nazionali e internazionali: dal National Geographic Italia al Le Journal de la Photographie, dal Corriere della Sera al The Guardian. Ha collaborato con NewsInternational e Ansa. Iscritto all’Ordine nazionale giornalisti, al suo attivo ha numerosi premi internazionali.
 

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