Antonio Ligabue, il museo diventerà permanente
A Palazzo Bentivoglio esposte le prime 50 opere In partenza anche una rassegna dedicata a Varlin
GUALTIERI. Dopo il successo dell’antologica dedicata ad Antonio Ligabue che ha attirato quasi 40mila visitatori, Palazzo Bentivoglio si appresta a diventare la sede permanente del museo “Antonio Ligabue”, con un primo nucleo di circa 50 opere (che potranno essere visitate fino al 13 novembre), per consolidare l’immagine di Gualtieri come luogo privilegiato per la conoscenza dell’opera dell’artista. Il nuovo museo permanente arriverà a costituire il punto di riferimento nazionale e internazionale sull’artista e anche un grande contenitore culturale e spazio espositivo per tutta la bassa reggiana.
La mostra sarà collocata nel Salone dei Giganti e composta da opere conferite da un gruppo di collezionisti, con l’obiettivo di arrivare a custodire e valorizzare, nel tempo, circa un centinaio di opere dell’artista di Gualtieri.
Tutto questo accadrà in concomitanza con un’altra grande esposizione, dal 24 marzo al 10 luglio, dedicata a Varlin, pseudonimo di Willy Leopold Guggenheim (Zurigo, 1900-Bondo, 1977), uno fra i protagonisti più autentici della pittura del Novecento.
La rassegna sarà curata da Sandro Parmiggiani e realizzata in collaborazione con l’Archivio Varlin di Bondo (Svizzera) e rappresenta la seconda iniziativa organizzata dal Comune di Gualtieri e dalla Fondazione. Quest’ultima è nata con lo scopo di dare vita, gestire e promuovere il museo e di valorizzare la figura di Ligabue, ma anche di organizzare eventi espositivi che servano a inquadrarne l’opera nell’ambito dell’arte italiana, europea e internazionale a lui coeva, presentando esperienze che non siano immediatamente etichettabili in tendenze o movimenti consolidati, ma che siano piuttosto riconducibili, come è avvenuto in Ligabue, a percorsi solitari.
Il Salone dei Giganti accoglierà 39 opere di Varlin (33 dipinti e 6 disegni e tecniche miste su carta), provenienti da collezioni private svizzere e italiane. Pochi autori sono stati in grado di unire, nelle loro opere, l’arte e la vita. Com’ebbe modo di ricordare lo stesso Varlin, «nella mia pittura cerco sempre l’umano».
È l’umanità dei perdenti, dei miserabili, dei semplici, dei vagabondi, quella che Varlin ritrae, sempre con ironia e con profonda pietà, attraverso un uso particolare del colore, steso su supporti di cui talvolta lascia libere zone della superficie che diventano esse stesse fatto pittorico, e grazie a una gestualità rapida e nervosa, tutte caratteristiche che lo accomunano a un’ascendenza espressionista, in particolare nella pratica ritrattistica, che a Gualtieri si potrà cogliere in diversi capolavori. Nelle sue opere, gli ambienti e gli spazi sono caratterizzati da uno spazio che Varlin deforma per le sue necessità espressive e psicologiche, e che lo porta a creare delle prospettive malinconiche e vuote, come già si vede nello stupendo dipinto “La cattedrale di Friburgo” (1940), e in opere successive, presenti in mostra, quali “Corridoio a Bondo” e “Piazza Zott a Bondo” (entrambe del 1964), “Montepulciano” (1965-1966), “Atrio della stazione di Montreux” (1966-1968). Accompagna l’esposizione un catalogo Skira, con la riproduzione delle opere in mostra e testi del curatore, Sandro Parmiggiani, di Stefano Crespi, di Luciano Manicardi, monaco di Bose, e di Alain Toubas, oltre a contributi di Giovanni Testori, Roberto Tassi, Vittorio Sgarbi, Friederich Dürrenmatt, Mario Botta.
La rassegna si avvale della collaborazione della Fondazione Matasci per l’arte di Tenero (Svizzera) e della Compagnia del Disegno di Milano.
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