Con Gualerzi e C. l’Officina è rodata: si balla al Novecento
A Cavriago il concerto spettacolo "Alla nostra maniera" dedicato a Tienno Pattaccini
CAVRIAGO. Recuperare e divulgare in modo essenziale e puro lo stile e il linguaggio della musica folcloristica di fine ’800 e primo ’900 nella Val d’Enza. È l’intento con cui nel 2014 nasce Officina del Battagliero, progetto musicale del polistrumentista Francesco Gualerzi al crocevia tra musica classica colta e tradizione popolare. In questi due anni l’Officina del Battagliero a suon di “tutto esaurito” si è fatta apprezzare come la migliore realtà folk del nostro territorio con un suono trascinante e inconfondibile.
Lunedì 14 marzo, alle 21, l’Officina del Battagliero è al cinema teatro Novecento con lo spettacolo “Alla nostra maniera” dedicato a Tienno Pattaccini. Insieme a Gualerzi, al sax e clarinetto, ci saranno Glauco Caminati (fisarmonica), Adelmo Sassi (chitarra), Valentino Spaggiari (trombone), Marco Bortesi (basso) e Riccardo Bontempelli (batteria) Mirco Ghirardini (sax e clarinetto).
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Il nome del gruppo è una garanzia. Il valzer “Battagliero”, uno dei brani più apprezzati e suonati dalle orchestre da ballo italiane, è nato proprio in questa zona, esattamente a Barco di Bibbiano, terra di grandi musicisti. L’autore è Tienno Pattacini, classe 1908, che ne fece il proprio cavallo di battaglia. Pattacini fu un compositore molto prolifico, con un repertorio di oltre mille brani fra valzer, mazurche, polche e tanghi. Un tipo di folclore che arrivava direttamente dal Romanticismo e da Giuseppe Verdi.
Officina del Battagliero è oggi l’unica realtà musicale italiana in grado di riproporre con capacità espressiva ed equilibrio lo stile straordinario e battagliero al la Pattacini.
Pattacini, leggendario clarinettista della Val d’Enza, iniziò a suonare a 16 anni con la seconda generazione dei Cantoni, formazione che aveva radici nell’800. Negli anni ’30 diede vita alla sua prima formazione, l’Orchestrina, e nel 1933 compose il valzer Battagliero.
«Questo genere musicale è nel nostro dna – dice Gualerzi – Come un sapore che non senti per anni ma che il tuo corpo poi riconosce. E la cosa più bella è che ci sono anche molti giovani che l’apprezzano. È una tradizione nobile, musica fatta con rispetto, un patrimonio unico».
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