Gazzetta di Reggio

Dario Fo a Novellara: «Il cardinale Bertone, che meschinità...»

di Serena Arbizzi
Dario Fo a Novellara: «Il cardinale Bertone, che meschinità...»

L’inaugurazione della mostra dei suoi dipinti sul «Mistero Buffo». Il premio Nobel: «Continuo a vivere di emozioni»

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NOVELLARA. Istrionico, colto, animato dal desiderio feroce di trasmettere emozioni, non solo attraverso il teatro, che nei decenni l’ha reso famoso, ma anche tramite la pittura, la prima arte a cui si è avvicinato, accostandosi con rispetto, quasi con devozione.

Il premio Nobel per la letteratura Dario Fo ha inaugurato, ieri pomeriggio, la mostra di suoi dipinti “Mistero buffo a colori”, allestita nelle sale espositive del Museo Gonzaga, in Rocca.

Per l’occasione, Dario Fo è stato protagonista di un incontro in un teatro Franco Tagliavini gremitissimo. Insieme al premio Nobel, ieri pomeriggio sono saliti sul palco 60 ragazzi della scuola di teatro Etoile, provenienti da tutta Europa, i quali hanno rivolto parecchie domande a Dario Fo. L’attore e pittore ha incoraggiato più volte i ragazzi a «tirare fuori la voce e non avere paura di esprimersi chiaramente». Per ogni risposta l’artista ha messo in scena una performance.

Dario Fo, lei è riuscito a comunicare cultura anche in un clima di protesta, combattendo contro la censura: cosa devono tenere presente i giovani quando si trovano ad affrontare un momento di difficoltà?

«Capita di trovarsi in difficoltà nel corso degli anni. L’empatia che si viene a creare con il pubblico durante gli spettacoli non è una magia che si forma automaticamente. Richiede sforzo, impegno, ma, come prima cosa, occorre tenere in mente chi è il pubblico. Quando si arriva sul luogo della rappresentazione bisogna informarsi su chi si avrà di fronte, per riuscire a comunicare qualcosa di chiaro e utile. Io quando arrivo in una città e, ad esempio, vedo uno sciopero fuori da un’azienda, sono spinto a chiedermi di che cosa vorranno sentir parlare i lavoratori durante l’esibizione».

Quali sono le ragioni per cui continua ad amare il lavoro che fa?

«Io sono convinto che si debbano vivere e creare emozioni con quello che si fa. Chi mi viene a sentire deve vivere con me la stessa esperienza: non deve assistere ad una scena asettica, priva di anima. E io vivo di emozioni. Ricordo che, dopo avere studiato diverse materie all’Accademia di Brera, tra cui metafisica, incisione, ero diventato piuttosto esperto e alcuni professori mi chiamavano per realizzare degli affreschi. Io ho avuto un blocco, sono entrato in crisi perché mi sono accorto che i quadri che cercavo di produrre non servivano più. La pittura, in quel caso era solo un “andare di moda” e non era più fondamentale per la vita. Leonardo Da Vinci dietro i quadri analizzava la vita del suo tempo e raccontava la vita di ogni giorno. Come nel caso di quel dipinto in cui mostrava come, anche nel giorno della nascita di Cristo, esisteva ugualmente la meschinità dell’uomo. Riferimento molto attuale: basti pensare al cardinale che si è comprato l’attico rubando ai bambini ammalati...»

Lei ha già individuato un suo erede?

«Per farlo servirebbero le strutture necessarie per formare i giovani. Gli spazi adatti e le giuste possibilità di emergere».

©RIPRODUZIONE RISERVATA

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