Gazzetta di Reggio

Il “tesoro” di Silvio D’Arzo donato alla Panizzi

di Andrea Mastrangelo
Il “tesoro” di Silvio D’Arzo donato alla Panizzi

La biblioteca ha acquisito tutto l’archivio lasciato dallo scrittore, un grande patrimonio filologico

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REGGIO EMILIA. Diversi faldoni allineati lungo uno dei tavoloni nella sala del Planisfero, davanti a ciascuno di essi una serie di fogli ordinatamente scritti a mano, inframmezzati da volumi stampati col gusto inconfondibile degli anni Cinquanta e Sessanta. Un libro si distingue dagli: è più vecchio e reca grande una foto dell’autore. Il libro si intitola “Nostro lunedì” e l’autore è Silvio D’Arzo.

Tutto il materiale mostrato ieri per la prima volta dalla biblioteca Panizzi è il Fondo D’Arzo Macchioni Jodi, recentemente acquisito grazie alla donazione di una reggiana che ha posto solo un paio di condizioni: restare per sempre anonima e mostrare un segno di gratitudine verso il professor Rodolfo Macchioni Jodi. Accontentata in pieno. Nessuno ha rivelato il nome della donatrice e a Macchioni è stata intestata la Sala Reggio, quella che contiene i testi dedicati alla città.

La biblioteca Panizzi diventa grazie a questa acquisizione l’ente culturale al quale dovrà per forza fare riferimento chiunque voglia imbastire una ricerca seria sullo scrittore reggiano Silvio D’Arzo, una delle figure più importanti e al tempo stesso misconosciute della letteratura italiana del dopoguerra.

CHI ERA. Silvio D’Arzo altro non è che uno degli pseudonimi utilizzati da Enzo Comparoni per firmare i propri scritti. Poche, a dire il vero, le pubblicazioni in vita, fra le quali un solo romanzo, “All’insegna del Buon Corsiero”. Quasi tutto il resto venne edito postumo, grazie al lavoro dell’amico Macchioni Jodi che si fece carico del grande lavoro di recupero filologico di una miriade di appunti e riscritture.

D’Arzo ebbe vita breve, morì nel 1952 – a 32 anni – colpito dalla leucemia. La sua esistenza la trascorse con pochi amici, dominato dal senso della solitudine, nella casa di via Aschieri che era anche il suo luogo di lavoro. I suoi interessi facevano tutti capo alla letteratura, come autore di romanzi, di racconti per adulti e per l’infanzia, e anche come critico, appassionato soprattutto agli scrittori di lingua inglese.

LA SUA SCOPERTA. Il mondo della letteratura italiana si accorge di D’Arzo solo dopo la morte, quando è la critica ad apprezzare la sua fatica. Tutto ciò che restava del lavoro dello scrittore reggiano passò nelle mani dell’amico di sempre – il Macchioni Jodi vice direttore della Panizzi – che ne divenne custode e valorizzatore. Poco alla volta l’Italia finì per scoprire le opere di questo reggiano morto in giovane età e autore di quello che viene definito il “racconto perfetto”, quel “Casa d’altri” che ancora oggi non finisce di stupire e dal quale venne ricavata una felicissima trasposizione cinematografica. Oggi Silvio D’Arzo rappresenta una delle stelle polari della letteratura italiana e la Panizzi è depositaria di un tesoro.

LA DONAZIONE. «Abbiamo avuto la netta percezione di trovarci di fronte a una persona con ben chiara l’idea del valore delle cose pubbliche. Questo fondo poteva restare dov’era e invece qualcuno l’ha regalato alla città». Il sindaco Luca Vecchi ieri ha partecipato di persona alla presentazione del materiale di D’Arzo acquisito dalla Panizzi, carte che ha sfogliato con orgoglio insieme al direttore Giordano Gasparini. «Questo è il frutto di un lavoro di squadra – ha spiegato Gasparini mostrando i faldoni e i manoscritti – ma il lavoro non finisce qui. Entro l’anno completeremo la catalogazione di ogni singolo pezzo e verrà formato un comitato scientifico, a quel punto la Panizzi diventerà effettivamente il luogo in cui sarà possibile trovare tutto quanto esiste fisicamente in relazione all’opera di D’Arzo. Chi volesse intraprendere uno studio scientifico sullo scrittore, da noi troverà ciò che gli serve».

IL TESORO. Che sorte hanno avuto tutti gli appunti di Silvio D’Arzo, tutto il materiale preparatorio, dopo la morte del giovane scrittore? Lo ha svelato l’avvocato Ernestina Morstofolini che ha curato gli aspetti legali della donazione.

«Linda Comparoni, mamma di Silvio D’Arzo, con una lettera datata gennaio 1962 dispose che tutto il materiale lasciato dal figlio passasse nelle mani di Rodolfo Macchioni Jodi che dedicò gran parte delle proprie fatiche a ricostruire il lavoro dell’amico scrittore. Scomparso anche Macchioni, la moglie Enrichetta Testa, che era insegnante, divenne custode di questo tesoro culturale e nel suo testamento dispose che il tutto passasse a una delle sue allieve più meritevoli. Morta, a 99 anni, Enrichetta Testa, l’allieva ha conservato il Fondo in una cassetta di sicurezza e poi lo ha donato alla Panizzi, chiedendo che il suo nome non venisse mai svelato». Adesso tocca ad Alberto Ferraboschi, responsabile degli archivi, lavorare alla catalogazione affinché presto tutto il patrimonio di D’Arzo venga messo a disposizione degli italiani.

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