Il docufilm sulle Reggiane in gara al festival di Bellaria
Il regista Mirco Marmiroli: «Una soddisfazione incredibile poter partecipare» “Ogni opera di confessione” accanto a lavori di autori di grande prestigio
REGGIO EMILIA. Continua la marcia fra festival di “Ogni opera di confessione”, il documentario dedicato alle ex Officine Reggiane realizzato nel 2015 dai registi reggiani Alberto Gemmi e Mirco Marmiroli.
Domenica, infatti, il lavoro verrà proiettato nell’ultima giornata della 34esima edizione del Bellaria Film Festival, uno dei principali eventi italiani per i documentari. Il film reggiano è in concorso nella categoria “Italia Doc”, in compagnia di tanti nomi noti della documentaristica italiana. È la seconda partecipazione di peso dopo quella di aprile al festival di Nyon in Svizzera: il 15 e il 16 aprile, infatti, è stato proiettato in anteprima al Visions du Réel, il festival internazionale cinematografico di Nyon in Svizzera, nella categoria competitiva Regard Neuf.
«È una grande soddisfazione – racconta Mirco Marmiroli – un riconoscimento dopo tanto lavoro, e questo è un festival di grande livello. In concorso con noi, per dire, c’è anche “S is for Stanley”, il documentario di Alex Infascelli su Kubrick che ha appena vinto i David. Questo per far capire come ci siano realtà di ben altra portata e ben altre risorse. Raccogliere in pochi mesi la chiamata a due festival come quello di Bellaria e quello di Nyon è davvero importante, è utile anche per il lavoro futuro, e ci permette di farci conoscere. Oltre ed essere davvero una soddisfazione enorme».
In questa fase il documentario sta viaggiando per festival e rassegne, seguendo i tempi fisiologici della distribuzione. E il futuro cosa porterà?
«Due percorsi distinti. Da un lato, assieme ad Arci vorremmo organizzare diverse proiezioni nel circuito nazionale di cinema Arci. Dall’altro, “Ogni opera di confessione” ci serve come presentazione per portare avanti e sostenere il nostro nuovo documentario. Si chiama “Futapass”, è incentrato sul passo della Futa fra Bologna e Firenze, e stiamo iniziando a lavorarci in questi mesi».
Se il prossimo documentario parlerà di Appennino, “Ogni opera di confessione” è legatissimo al passato, e soprattutto al futuro, delle Officine Reggiane, su cui a Reggio si continua a discutere parecchio, fra proposte, polemiche e incertezze. Cosa ne pensa chi alle Reggiane ha lavorato a lungo?
«Le Reggiane ormai le conosciamo bene, questo è sicuro, abbiamo sempre cercato di rispettarle mentre giravamo il nostro documentario, usandole come sfondo. Se penso al futuro della zona, secondo me è fondamentale riuscire a riempire quello spazio che si è creato fra le Officine Reggiane e il resto della città: ma non solo della città, anche con il resto del quartiere».
In che senso?
«Le Reggiane sono viste come qualcosa di chiuso e di staccato, sia a livello sociale ma anche fisico. Quando abbiamo intervistato uno dei protagonisti del documentario, parlando delle Reggiane le indicava come un luogo lontano, separato da lui. Ed erano a circa 300 metri di distanza, non di più. Credo che si dovrebbe ripartire da lì, per eliminare questa distanza così presente».
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