E il mondo dello spettacolo invase la Bassa
Rossana Gombia: «C’erano ovunque truccatrici e costumiste e a mezzogiorno veniva servito il pranzo a tutti»
REGGIO EMILIA. «Il cinema è una grande macchina in cui tutto è prestabilito, ma in cui improvvisamente la realtà entra, attraverso una porta che tu hai lasciato aperta appositamente, a violentare quello che era prestabilito. A sporcare quello che era prestabilito».
Non potrebbero esserci parole migliori per descrivere la scossa che, nel 1976, svegliò la Bassa – non solo reggiana – dal suo torpore fatto di nebbia e afa e di orizzonti sterminati tra il cielo e il Po. E, d’altra parte, appartengono a Bernardo Bertolucci, il padre di Novecento. Il suo film sull’ideologia di classe – così poeticamente riassunta nello scontro tra Olmo e Alfredo – è piombato da un giorno all’altro sulla terra dei contadini emiliani, invadendola con i ritmi, le figure e i rumori del mondo dello spettacolo.
«C’erano truccatrici, costumiste, attori famosi, fotografi, tecnici, regista e collaboratori – racconta Rossana Gombia, che all’epoca delle riprese aveva 16 anni –. E a mezzogiorno, cosa mai vista prima, veniva servito il pranzo per tutti. Un’organizzazione straordinaria, che adesso daremmo per scontata ma che allora ci lasciava senza fiato».
E che, irresistibile canto delle sirene, richiamò a sè centinaia di cittadini della Bassa. «Siamo accorsi in massa per partecipare a questo evento davvero fuori dalla norma», conferma Rossana, per poi perdersi dietro ai ricordi: «Era tutto surreale. Un giorno, prima di girare la scena del treno, una delle truccatrici venute da Roma mi disse: “Ma io come faccio a farla diventare brutta questa figliola?”. Sarà stato per i miei lunghi capelli biondi», si giustifica sorridendo. Ma Bertolucci non accettava che le luci della ribalta distraessero i veri protagonisti del suo film, quelle sette-ottocento facce contadine grazie alle quali riuscì a girare «qualcosa che non era né finzione, né documentario».
«Una volta mi diede una bella strigliata – ammette Rossana –. Ero di fianco all’attrice Maria Monti, Bertolucci mi aveva detto di guardare di lato, mentre io guardai dritto in camera costringendo tutti a girare nuovamente la scena».
«Io non ho particolari ricordi di Depardieu, De Niro, della Sandrelli o di altri attori famosi – conferma Remo Canova, all’epoca 14enne – perché ero stato scelto per girare la scena del funerale e Bertolucci si era raccomandato di rimanere concentrati e assorti, senza guardarci mai intorno».
Ma adesso, a quarant’anni dall’uscita del film, le comparse di Novecento possono sfogliare con gli occhi i fotogrammi e le fotografie scattate allora. E ritrovarsi, giovani e inconsapevoli. Dimostrando ancora una volta che Bertolucci aveva ragione quando diceva: «Con Novecento ho fatto un film sul tempo, un film che comincia all’inizio del secolo, va avanti fino al ’45 e ha poi un frammento nel domani, nel futuro».
Non lasciare decidere l'algoritmo:
scegli Gazzetta di Reggio per le tue notizie su Google
