I Kelemen e Carbonare fanno sognare l’intera platea
REGGIO EMILIA. Una ciarda suadente, quindi un fox-trot che andava come il vento. L’onda della musica arrivava con folate leggere, s’insinuava dopo essersi trasformata in grumi rigogliosi di suoni. Il...
REGGIO EMILIA. Una ciarda suadente, quindi un fox-trot che andava come il vento. L’onda della musica arrivava con folate leggere, s’insinuava dopo essersi trasformata in grumi rigogliosi di suoni. Il secondo concerto in Cavallerizza del Kelemen è iniziato così, a sorpresa con il Divertimento di Weiner un pezzo d’assalto, da bis. Il forte marchio profondamente magiaro, e la sua collocazione in apertura, l’hanno trasformato in un antipasto prelibato mostrandoci, semmai ne avessimo avuto ancora bisogno, la stoffa pregiata di cui è plasmata questa formazione. È un attimo rendere stucchevole questa musica, ma i quattro, divertendosi da morire, non hanno corso questo rischio, mostrandoci invece quanto l’anima popolare tra accenti d’operetta, e perfino quadri allusivi a foschi vampiri, possieda le caratteristiche di un magnifico tesoro. E il valore aggiunto è stato aver poi eseguito uno dei quartetti, il terzo, del loro amatissimo Bartok. Alta la temperatura in sala, prima d’ascoltare un prelibato Brahms con il clarinetto di Alessandro Carbonare: l’op.115 che, condizionato da quell’energia, è apparso subito carico. Ha colpito nell’incantevole Adagio, la parentesi dal colore zingaresco, tratteggiata dal solista con un suono ammaliante. Sono subentrati colori più sfumati in cui la viola fantasiosa ed il violoncello ben tornito, hanno irrobustito lo spessore armonico della musica pur conservando – in questo il Kelemen è inarrivabile – la mirabile purezza nell’eloquio.
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