Gazzetta di Reggio

Antonio Fava svela la lingua delle maschere

di Giulia Bassi
Antonio Fava svela la lingua delle maschere

Reggio Emilia, proseguono le lezioni del maestro alla Cavallerizza tra innamorati, Zanni, dottori e mercanti veneziani

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REGGIO EMILIA. «Circola la voce, e non sono io a metterla in giro, che chi vuole ottenere il meglio, qui deve venire…». E, così, giungono da tutte le latitudini e i continenti i partecipanti allo stage che Antonio Fava, maestro di Commedia dell’Arte, tiene da più di trent’anni, sempre in questo periodo, alla Cavallerizza.

Non si finirà mai di porre in risalto la sua profonda competenza a seguito della quale è chiamato ovunque, per insegnare, tenere lezioni ex cathedra, e fare regie. Poiché Fava è nel contempo uomo di pensiero e d’azione, artista ed artigiano. «Il “ripasso” – spiega – che si fa con questi ragazzi sui personaggi (come i due vecchi, il dottore ed il mercante arricchito, gli innamorati, il capitano e vari tipi di servi) presuppone che la spiegazione vada di pari passo con l’azione, anche perché quando un personaggio si muove si palesa il racconto della sua vita. L’innamorato, ad esempio, anela a stare con la propria amata, ma poi insorgono pasticci e impedimenti. Gli “Zanni” a servizio di tutti i padroni non hanno mai tempo per sé e vivono in uno stato di sopravvivenza primario».

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Fava muovendosi dall’Italia, luogo in cui a metà del ’500 circa è nata la Commedia dell’Arte, non conosce barriere, e con la sua sensibilità, insieme ad una articolata formazione in cui entrano teatro, musica e letteratura, non perde occasione per dimostrare che in quel genere di teatro vi è tutto dentro, e passato e presente si annullano. Tuttavia le sue parole provocano riflessioni amare perché, proprio nella patria della Commedia, ci sono indifferenza e una bassissima considerazione. Da qui l’importanza del suo lavoro:ogni anno la scuola di teatro londinese Fourth Monkey si trasferisce per alcune settimane qui a Reggio per perfezionarsi; allo stage che nei prossimi mesi terrà a Capestrano, poi, verrà a riprenderlo la televisione australiana; poi farà una regia in Cile e lavorerà a Filadelfia.

«In passato – racconta Fava – anche se l’Italia era divisa, i comici dell’arte la intendevano unita: i documenti dell’epoca riportano diciture come “Girare l’Italia o andare all’estero”, usate dalle compagnie, che dimostrano l’esistenza del concetto di Italia. Non di italiano, però, e per questo il genere praticava il multilinguismo. Ogni personaggio parlava una lingua: il dottore parlava il bolognese, gli Zanni (che provenivano dalle valli povere, per questo costretti ad emigrare) il bergamasco, il vecchio mercante parlava naturalmente il veneziano mentre i due innamorati, che sono studenti, parlavano l’italiano, cioè il fiorentino». Questa multiculturalità si rispecchia in tutte le lingue – inglese, spagnolo, francese – usate da Fava con i 30 ragazzi dello stage, testimoniando anche da questo l’attualità di un genere che il tempo non solo non scalfisce, ma esalta nella sua potente attualità.

«I comici dell’arte – aggiunge Fava – hanno inventato lo spettacolo organizzato, la figura dell’impresario, il concetto di compagnia di giro con le donne in scena per la prima volta. Da ritualistico o dilettantistico, il teatro è diventato professione. In questo senso, ci tengo molto a trasmettere ai partecipanti la scientificità del lavoro anche riguardo all’improvvisazione, il cui concetto non coincide con libertà creativa, ma è un metodo. E poi – insiste – non esiste un personaggio unico ed assoluto... la compagnia è la protagonista, e all’interno di essa un attore interpreta sempre lo stesso ruolo e si specializza. Infine c’è la maschera, che rappresenta tutto lo spettacolo dell’essere umano».

©RIPRODUZIONE RISERVATA

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