Gazzetta di Reggio

L'Orlando Furioso dal 1516 al 1532, tappe di un capolavoro

di Martina Riccò
L'Orlando Furioso dal 1516 al 1532, tappe di un capolavoro

Nella versione definitiva del poema scritto da Ludovico Ariosto ci sono sei canti in più e la liberazione di Olimpia

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REGGIO EMILIA. Era il 1516 quando Ariosto, dopo averne letto ottave sparse a Isabella d’Este ed alcuni letterati che, come lui, vivevano alla corte di Ferrara, fece stampare “L’Orlando Furioso”.

La versione che noi leggiamo, tuttavia, è quella pubblicata dal poeta nel 1532. E allora perché celebrare i 500 anni di un’opera che è stata modificata dall’autore? Solo per riempire un anno povero di ricorrenze e giustificare il lavoro degli operai della cultura? Può darsi. O forse no...

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Va detto che “L’Orlando Furioso” è stato il lavoro di una vita. È ormai quasi certo che Ariosto abbia iniziato a lavorare al Furioso nel 1505. Dopo undici anni di elaborazioni e correzioni, pubblica un poema di 40 canti in cui compaiono una spregiudicata consapevolezza della crisi dei valori etici della civiltà umanistica, l’idea dell’amore come scelta folle e irrazionale, l’utilizzo dei miti e dei classici come strumento di lavoro. E questa caratteristica – tutta ariostesca – di portare il presente nel passato, il reale nell’irreale (e viceversa), non è mai più cambiata.

Nel 1521, tuttavia, Ariosto sente il bisogno di ripulire il suo poema. È al Pietro Bembo degli “Asolani” che il poeta guarda, e così corregge “dui” in “duo”, “in la” in “ne la”, “dove” in “ove”, “presto” in “tosto”. Avrebbe potuto modificare ulteriormente il Furioso, allungandolo con quei cinque canti che la maggior parte degli studiosi fa risalire agli anni immediatamente successivi al 1516. Al periodo più difficile della vita di Ludovico, cioè: quando Ippolito d’Este viene nominato cardinale in Ungheria, il poeta si rifiuta di seguirlo e viene spedito a fare il governatore della Garfagnana, «terra di briganti». I canti scritti in quegli anni riflettono lo stato d’animo di Ariosto e sono intrisi di pessimismo, con i paladini che si trovano in vicoli ciechi, Ruggero che viene ucciso dai Maganzesi e Carlo Magno che precipita da un ponte davanti alla fredda indifferenza dei suoi. Ariosto avrebbe potuto aggiungerli alla versione del 1521, ma non lo fa. Nel 1532, dopo 27 anni di correzioni e ripensamenti – e la rivoluzione linguistica rappresentata dalle “Prose della volgar lingua” di Bembo (1525) – il Furioso raggiunge la sua forma definitiva. Ariosto morirà l’anno dopo.

“L’Orlando furioso” viene regalato alla storia con 46 canti, sei in più rispetto alla prima versione del 1516. Al di là di alcune correzioni linguistiche e storiche (tra le due edizioni c’erano state la guerra della Lega di Cambrai, per esempio, e la calata in Italia di Carlo V), l’ultimo Furioso presenta quattro “gionte” che hanno il compito di rafforzare e approfondire quanto già contenuto nelle ottave del 1516.

La più importante, indubbiamente, è quella in cui compare l’inedita figura di Olimpia. La ragazza – che come l’Andromeda del mito è stata abbandonata nuda e con le chiome sciolte su uno scoglio e offerta in sacrificio a un mostro marino dalle sembianze di un’orca – serve all’autore per costruire un paragone tra il paladino Orlando e l’avventuriero Ruggero.

La genialità di Ariosto, qui, è inarrivabile: tra interruzioni di canto, spostamenti spazio-temporali e invasioni di magia, il poeta dà forma all’ideale cavalleresco e “premia” colui che, con le sue sole forze, non solo salva la bella fanciulla senza cedere al basso istinto, ma uccide l’orca e libera una comunità dal mostro che la teneva in pugno. Leggere per credere.

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