Gazzetta di Reggio

La storia del reggae italiano sul palco con gli Africa Unite

di Adriano Arati
La storia del reggae italiano sul palco con gli Africa Unite

Reggio Emilia: la tre giorni di musica giamaicana si conclude domenica con il gruppo torinese. Il leader Bunna: «Pensare che quando siamo partiti noi si ascoltava solo Marley»

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REGGIO EMILIA. La storia del reggae italiano su un palco. Domenica sera (ore 21.30, ingresso gratuito) Festareggio ospita l’ultimo atto della tre giorni dedicata alla musica giamaicana, un mini-ciclo che si congeda nel migliore dei modi con la più celebre reggae band italiana, gli Africa Unite da Torino, in scena assieme ai loro eredi più celebri, i friulani Mellow Mood.

A guidare gli Africa, come sempre, il duo dei fondatori Bunna e Madaski, Vitale Bonino e Francesco Caudullo. È proprio Bunna a parlare di questo nuovo concerto, l’ennesimo di una carriera trentennale che proprio dal vivo ha vissuto gran parte della propria esistenza: «Il palco è la nostra dimensione migliore, quella in cui siamo più a nostro agio e quella in cui possiamo confrontarci con un pubblico che negli anni è inevitabilmente cambiato – spiega –. Dal vivo abbiamo diverse anime, pochi anni fa abbiamo riportato in tour “Babilonia e poesia”, e l’abbiamo fatto con la formazione dell’epoca, più ristretta, con Max Casacci dei Subsonica alla chitarra».

A Reggio, invece, si vedranno gli Africa Unite più noti, con la formazione ad otto comprensiva di ampia sezione fiati: «C’è stato qualche cambiamento di organico nei nomi – conferma Bunna – ma non nell’assetto: saremo in otto con i fiati, è una formazione che ci permette di spaziare fra tante sonorità». E ricorda il reggae più classico, quello dei maestri degli anni ’70, Bob Marley in testa, con un suono caldo dominato da fiati e organo: «Certo, il richiamo è quello, ai maestri, a chi ci ha ispirato e a chi ci ha fatto partire da ragazzini». Oggi è quasi normale vedere una tre giorni dedicata alla musica giamaicana in Italia. Ai tempi degli esordi di Bunna, invece, decisamente no, e la strada percorsa è merito anche degli Africa Unite: «Di sicuro in questi anni abbiamo cercato di essere una presenza costante – riflette Bunna – con una linea chiara nonostante le mutazioni stilistiche che abbiamo avuto. Quando siamo partiti noi il reggae era cosa per pochi, si ascoltava Marley e poco altro, adesso anche in Italia c’è una scena ricca, con tante iniziative, e noi ci sentiamo orgogliosi di aver contributo a questo cammino».

Un cammino, sottolinea, principalmente musicale. «Noi non siamo giamaicani e non abbiamo mai preteso di esserlo – spiega – non siamo rastafari, e anche se alcuni di noi hanno i rasta è solo per una scelta estetica. Ci tengo sempre a chiarirlo perché questo è il nostro percorso, da italiani Africa Unite». Con tanti legami con le vicende della musica e della cultura italiana. L’impegno politico, ad esempio: molti nel reggiano ricordano gli Africa Unite ai tempi di Materiale Resistente, con il loro omaggio “Partigiano John”. «Parlare di quello che ci sta attorno è sempre stato importante per noi – conferma Bunna – a inizio anni ’90 c’erano anche le condizioni, perché la musica impegnata aveva molto risalto. C’era il reggae, c’erano le posse, c’era la riscoperta del folk, c’era tanto rock impegnato e ci sono state possibilità di fare tante cose, e di farle sentire in giro. È parte del nostro cammino». Così come lo è il confronto con la modernità. L’ultimo disco uscito nel 2015 ha un nome chiaro, “Punto di Partenza”, ed è scaricabile gratuitamente dal sito della band.

«Ci piace ragionare su come procede il mondo discografico, abbiamo pensato che in questa fase fosse la soluzione ideale, per invitare le persone a venirci poi a conoscere dal vivo, ad approfondire il contatto durante i concerti, la nostra casa preferita», rivela Bunna.

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