Gazzetta di Reggio

I campanari e la magia di rompere le nuvole

di Martina Riccò
I campanari e la magia di rompere le nuvole

Reggio Emilia, il presidente dell’Unione Reggiana: «Non è più tempo di leggende, ma suonare le campane è ancora un mestiere»

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REGGIO EMILIA. Dimenticatevi il gobbo di Notre Dame: i campanari di oggi sono giovani e felici. Un esempio? Matteo Talami. Che ha 24 anni ed è presidente dell’Unione Campanari Reggiani. «Ero un bambino – racconta – quando mi sono innamorato delle campane. Ricordo che il campanile di Bagno, paese in cui vivevo e vivo, era illuminato, e si sentivano voci provenire dalla sommità. Sono salito e ho visto i campanari all’opera: una magia».

Ma cosa significa essere campanari oggi?

«Sostanzialmente fare qualcosa che nessuno, o quasi, più fa. Suoniamo su chiamata per eventi speciali: sagre, matrimoni, feste. E tra un servizio e l’altro ci alleniamo, sul campanile di Bagno oppure grazie ai “concerti mobili”, delle strutture su cui sono state montate delle campane».

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È ancora un mestiere?

«Sì. I campanari sono pochi, in provincia siamo 50 e in tutta la regione saremo poco più di 500, ma in questi ultimi anni c’è stata una ripresa della professione. Nella nostra associazione ci sono campanari molto giovani, di venti e trent’anni, e poi anche tanti bambini che stanno muovendo i loro primi passi».

Come si spiega questa crescita?

«Il periodo buio è stato tra gli anni ’70 e gli anni ’90, quando sono stati realizzati impianti che non permettevano di suonare le campane anche in modo manuale. Adesso, anche grazie alla nostra consulenza gratuita, gli impianti sono tornati ibridi. Solo il duomo di Reggio è interamente manuale: quando le campane suonano, siamo noi».

Ma come si suona una campana?

«Ci sono diverse tecniche. A Reggio usiamo cinque campane, una in più rispetto alle altre province della regione, e due sistemi di suono: a slancio e a concerto».

Cioé?

«Nel sistema a slancio la campana è in rotazione, in quello a concerto è il campanaro muove i battagli».

C’è differenza tra una zona e l’altra di Reggio?

«La tecnica reggiana è, nel complesso, abbastanza uniformata, ma ogni località ha le proprie sfumature e tradizioni. Il nostro obiettivo, come associazione, è di non perdere queste differenze. In fondo rappresentano il cuore di ciò che facciamo».

Allargando lo sguardo alla regione, invece, quante tecniche esistono?

«Potremmo dire che esistono tre macro-categorie dentro cui proliferano le varie sfumature locali: c’è la tecnica reggiana, quella bolognese/modenese/romagnola e poi c’è quella sviluppata al confine con la Toscana. Durante il raduno regionale che abbiamo organizzato per domenica in piazza Prampolini, a Reggio, si potranno cogliere bene le differenze»

E nelle altre regioni come si suona?

«In Veneto e in Lombardia si usa il battaglio a caduta: la campana compie una rotazione ma è più bilanciata. L’effetto sonoro è molto diverso, più lento. Inoltre hanno molte più campane, un po’ come in Inghilterra. La tecnica del Trentino, invece, è molto simile alla nostra».

Quando suonate seguite uno spartito o procedete a orecchio?

«Ci sono pezzi tradizionali, tramandati da maestro a maestro. Chiaramente ogni occasione ha la sua musica: un matrimonio o una festa sono diverse da un funerale. Diciamo che ci muoviamo secondo degli schemi: le campane vanno mosse in un certo ordine, colpite rispettando un certo tempo».

Si suona in gruppo?

«Dipende dalle esecuzioni. Ci sono quelle che richiedono un solo campanaro, altre che ne richiedono due. Nel duomo di Bologna ci siamo esibiti in 32».

Difficile?

«Molto. Perché oltre a dover ricordare a memoria lo schema, e solo a Reggio ci sono oltre 60 pezzi, bisogna essere in perfetta sincronia con gli altri. E quando a muoversi sono campane di 3 tonnellate, non è facile gestirne l’oscillazione».

Il segreto qual è?

«Accordarsi con gli altri, guardarsi molto, cercare di prevedere cosa farà la campana e cosa faranno i compagni».

Ecco perché è importante allenarsi...

«Già. Ma per essere un bravo campanaro non basta provare, occorre anche studiare. Ci sono tante tecniche, tanti pezzi, tante tradizioni... non ho mai conosciuto un campanaro che si considerasse arrivato».

Nemmeno i più vecchi?

«No, anche loro si rimettono sempre in gioco. E lo fanno con entusiasmo perché vedono che tanti giovani stanno portando avanti usanze che erano destinate a morire».

La magia continua, insomma...

«Per fortuna sì. Ovvio che il presente è molto diverso dal passato: i campanari non vivono più con le donazioni dei paesani e non devono andare a suonare le campane quando piove, “per rompere le nuvole”, ma l’Unione Campanari Reggiani sta facendo di tutto per tramandare questa incredibile e antica tradizione».

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