Lo scrittore Shady Hamadi: «Attenti, il terrorismo è un problema sociale»
Casina, sabato pomeriggio l’incontro con il 28enne italo-siriano: «Il nostro compito è informarci»
CASINA. L’esilio, la lontananza, il dualismo di sentirsi occidentale e siriano e di dover affrontare una visione miope del problema.
Non mancano certo gli spunti di discussione parlando con Shady Hamadi, 28enne scrittore italiano-siriano, che sabato pomeriggio sarà il protagonista del nuovo incontro proposto dall’associazione culturale carpinetana “La 25° Ora”. A Casina (ore 17 alla biblioteca comunale di via Marconi 7), Hamadi presenterà il suo libro “Esilio dalla Siria”, pubblicato da Add, secondo pannello di una trilogia dedicata alla rivoluzione nel paese in cui lui a lungo non è potuto entrare, perché il padre Mohamed era considerato un nemico della nazione. Oggi è un attivista per i diritti umani e uno dei riferimenti per la Siria in Italia. Un nuovo appuntamento di peso per l’associazione carpinetana – dopo i vari Benni, De Luca, Carlotto e Agnello Hornby – che per la prima volta si sposta a Casina, in vista di un percorso culturale ampliato all’intero Appennino. L’incontro di sabato porterà in uno degli snodi della geopolitica odierna, e questo è uno dei problemi, secondo Hamadi. «Quando in Italia si parla di Siria tutti diventano esperti di geo-politica e di economia – spiega –. Si parla di gas e condotti, di porti, e ci si dimentica delle persone, del fatto che ad Aleppo non c’è l’acqua e la gente non ha cibo. E anche la visione politica temo sia poco chiara».
La tendenza è a dividere in buoni e cattivi...
«È vero, ma è molto più complicato. Faccio l’esempio del popolo curdo, e premetto che io ho una nonna curda. Una parte di sinistra indica i curdi odierni come eroi, ma non possiamo nascondere che in alcune zone del nord a maggioranza curda vi sia in corso una sorta di pulizia etnica verso i credenti di altre religioni. Una parte di sinistra, e anche della cultura, è ferma lì. La destra è ferma su Bashar, come poteva esserlo su Gheddafi, perché garantisce stabilità. E poi è laico, con lui tutti hanno diritto di culto».
Uno dei problemi siriani è proprio questo? L’occidente vede una situazione lontana dalla realtà.
«Per molti versi sì, anche se ci sono tanti giornali, purtroppo non italiani, che stanno raccontando cosa succede: penso al Guardian o a Le Monde. Adesso però dobbiamo muoverci, è il momento di agire. Sono fra i promotori di una mobilitazione per chiedere la sospensione dei bombardamenti da tutte le parti in lotta. Solo in questo modo si potrà iniziare a limitare le vittime, e a pensare a un futuro. Perché questo è il problema centrale, anche in prospettiva terrorismo».
Che intende?
«Ho visto pochi giorni fa la testimonianza di un ragazzo che aveva perso tutto, casa, parenti, scriveva di essere assolutamente depresso e rassegnato. Una persona in una situazione simile quanto può metterci, se instradato, a compiere atti pericolosi? Quando parliamo di terrorismo, parliamo di fanatismo religioso o di un problema sociale? Per me è un problema sociale, ci sono tantissimi giovani che non hanno assolutamente nulla, e l’integralismo fornisce loro risposte. Se non agiamo lì, non se ne esce».
L’Europa cosa può fare? «Documentarsi, prima di tutto. Ci sono tanti libri che parlano della Siria, non si può ragionare solo sui post di Facebook. Per questo il mio secondo appello è al mondo culturale italiano, se esiste ancora, perché sostenga la necessità di informarsi».
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