ARIOSTO TORNA A CAVALLO DELL’IPPOGRIFO
Cosa vedeva il poeta quando chiudeva gli occhi Esposizione grandi firme per i 500 anni del Furioso
di MATTEO BIANCHI
A Ferrara non si è mai visto un Rinascimento tanto splendente. Domani, a Palazzo dei Diamanti, apre la mostra “Orlando furioso 500 anni. Cosa vedeva Ariosto quando chiudeva gli occhi” e, non a caso, il museo più chiaro della città ha abbassato le luci. Sono i colori delle opere esposte a risaltare senza bisogno di ulteriori artifici. Il condottiero Gattamelata di Giorgione, manifesto della mostra, indossa un’armatura tutta nera che risplende nell’oscurità della sala grazie alla maestria del pittore nel rendere scintillante il metallo. Significativa è anche l’intenzione dichiarata dal titolo: Ludovico Ariosto riceveva stimoli da un contesto articolato e li rielaborava nell’intimità del suo studiolo, magari a notte fonda, combattuto tra sogno e realtà. Questa è la genesi supposta del Furioso, che a cinque secoli dalla sua prima edizione è ancora un punto di riferimento letterario nonché il capostipite del fantastico italiano. “Le donne, i cavallier, l'arme, gli amori…”, cantava il poeta di fronte al suo signore, non su commissione, ma per dare corpo alla sua fantasia. La mostra fa dialogare fra loro dipinti, sculture, arazzi, libri, manoscritti miniati, strumenti musicali, ceramiche invetriate, armi e oggetti rari. È la ricostruzione della ricchezza culturale di Ferrara, quando scienza e arti si univano per un progetto più alto, il volo dell’aquila bianca nel cielo degli Estensi. Alfonso I d’Este riusciva a far coincidere le potenzialità intellettuali dell’intera città con il lustro della sua famiglia, e i banchetti in Castello si trasformavano in veri e propri spettacoli. Da Paolo Uccello ad Andrea Mantegna, da Leonardo a Raffaello, da Tiziano a Dosso Dossi: i grandi artisti del periodo davano vita a battaglie e tornei, desideri e magie, le immagini che animano il poema e i suoi paladini. Nel Cinquecento la corte estense era una tappa irrinunciabile nella formazione di una mente creativa: Rogier van der Weyden e i fiamminghi avevano trasmesso in loco la passione per i dettagli, che possiamo cogliere sull’impugnatura della spada a fine esposizione. La lama era stata presa a re Francesco I da Carlo V che l’aveva portata a Madrid, e solo a distanza di secoli fu riconsegnata da Gioacchino Murat a Napoleone in persona. Che sia stata o meno portatrice di sventura, la spada simboleggia il viaggio nel tempo delle opere d’arte. Forse nella Ferrara di oggi Ariosto non sarebbe riuscito a scrivere quei versi, o almeno non di quella portata. D’altronde, la bellezza genera altra bellezza e la mostra non è solo un vanto nei riguardi del passato, ma occasione per lanciare un monito al presente. Nel corso degli anni i Camerini di Alabastro così curati da Alfonso I sono stati depredati e smantellati. Il Baccanale degli Andrii, capolavoro di Tiziano, torna dal Museo del Prado nell'aria in cui fu concepito. Parimenti Minerva che scaccia i Vizi dal giardino delle Virtù, del Mantegna, arriva direttamente dal Museo del Louvre. La vista del dipinto aveva ispirato una scena del Furioso, dopo che Ariosto era stato nelle stanze di Isabe. lla d’Este a Mantova.
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