Gazzetta di Reggio

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Elio Guerriero racconta la vita e il ritiro di papa Benedetto XVI

di Luciano Salsi
Elio Guerriero racconta la vita e il ritiro di papa Benedetto XVI

Reggio Emilia, il teologo e storico svela i segreti di Joseph Ratzinger nella biografia “Servitore di Dio e dell’umanità”

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REGGIO EMILIA. C’è chi, tra i cattolici conservatori, lo rimpiange come paladino della tradizione e chi, tra i laicisti, non cessa di odiarlo contrapponendogli la presunta acquiescenza di papa Francesco alle idee predominanti nell’Occidente desacralizzato.

Il teologo e storico Elio Guerriero, invece, di Benedetto XVI propone l’immagine di un pontefice che si colloca in una linea di continuità fra il concilio Vaticano secondo e la Chiesa della misericordia inaugurata dal suo successore. Il suo ritratto è delineato nelle cinquecento pagine della biografia “Servitore di Dio e dell’umanità” edita in agosto da Mondadori. L’opera, pubblicata con una prefazione di papa Francesco e con l’approvazione di Benedetto XVI, presuppone una confidente familiarità con il pontefice emerito.

Guerriero, a quando risale la sua conoscenza con Joseph Ratzinger?

«Al 1985, quando lui era già a Roma come prefetto della Congregazione per la dottrina della fede. Ho lavorato per le case editrici Jaka Book e San Paolo e per lungo tempo ho diretto la rivista di teologia “Communio”, fondata nel 1972 da Henri De Lubac e lo stesso Ratzinger. Con lui ho avuto vari incontri per la redazione e la traduzione di articoli. Così si è instaurato fra noi un rapporto di fiducia».

E l’ultimo incontro?

«Lo scorso 14 settembre: l’ho incontrato per consegnargli la sua biografia appena pubblicata. Lui aveva già letto il manoscritto e aveva suggerito piccole variazioni, senza però interferire nei giudizi che vi sono espressi».

Quali sono le sue condizioni di spirito e di salute?

«È una persona intellettualmente molto vivace e di buon umore, benché il fisico risenta dell’età prossima ai 90 anni. Vede molto poco da un occhio, ma ciò non gli impedisce di leggere e scrivere. Conduce una vita quasi monastica. Si dedica molto alla corrispondenza e ascolta spesso la musica di cui è un vero intenditore».

Non ha mai manifestato ripensamenti sulla scelta di ritirarsi dalla cattedra di Pietro?

«No. Ora è sereno. Quello è stato un passaggio molto impegnativo, sul quale meditava già dalla primavera del 2012, dopo il viaggio in Messico e a Cuba. Era convinto di non potere più dare ciò che gli era richiesto. Ha ceduto il servizio al suo successore, ma ha conservato il sacramento rimanendo nel Vaticano per non dare l’idea di un gesto di protesta e distacco, e per offrire i suoi consigli al nuovo papa».

A quale aspetto del suo pontificato ripensa con più convinzione?

«Il servizio che ritiene più rilevante è l’avvio della riforma della Curia e la denuncia degli abusi sessuali del clero, portata avanti con grande determinazione. È stato fondamentale, inoltre, l’appello alle radici cristiane dell’Europa e al dialogo fra le religioni».

Il suo discorso di Ratisbona, però, è stato interpretato come un attacco all’Islam...

«Quello era un invito a tutte le religioni a bandire la violenza, ma è stato frainteso. Lui stesso ha ammesso di avere, forse, sbagliato nel modo di esprimere quel concetto».

Molti contrappongono papa Francesco al suo predecessore. Lei è d’accordo?

«Sono due personalità molto diverse, ma rivelano una continuità di pensiero. Ratzinger nell’enciclica “Deus caritas est” aveva introdotto il principio della misericordia divina. E Francesco, che da gesuita ha un’ottima formazione teologica, l’ha citata».

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