Gazzetta di Reggio

OSVALDO PIACENTINI L’UOMO CHE DISEGNÒ IL VOLTO DI REGGIO

di CRISTINA FABBRI
OSVALDO PIACENTINI L’UOMO CHE DISEGNÒ IL VOLTO DI REGGIO

di CRISTINA FABBRI L’ urbanistica non è un problema a sé, ma uno dei tanti aspetti dell’unico vero problema che è la vita dell’uomo. Noi vorremmo che tutti gli urbanisti italiani si facessero...

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di CRISTINA FABBRI

L’ urbanistica non è un problema a sé, ma uno dei tanti aspetti dell’unico vero problema che è la vita dell’uomo. Noi vorremmo che tutti gli urbanisti italiani si facessero promotori e animatori della pianificazione nazionale; solo allora l’urbanistica potrà essere effettivamente l’arte di far vivere gli uomini».

Con queste parole Osvaldo Piacentini esprimeva al meglio la sua idea di città ideale a “misura d’uomo” e di “comunità” alla Triennale di Milano del 1947. Piacentini era infatti un intellettuale reggiano di larghe vedute che, ancora oggi, viene ricordato per essere stato tra i primi in Italia a ricercare la collaborazione di agronomi e geologi, senza dimenticare le pratiche consolidate nei secoli da contadini e pastori, convinto che intorno all’uomo non vi sia semplicemente spazio da urbanizzare bensì “un ambiente nel quale far convivere l’uomo”.

Per Reggio e per l’Italia, fu una figura chiave che contribuì a cambiare il volto delle città: dalla progettazione dei quartieri Ina Casa nel dopoguerra, passando per il Collegio Opera pia Orfanotrofi del 1957, dal villaggio della Nebbiara al Peep negli anni 1960, Piacentini arrivò poi al Piano regolatore di Reggio del 1967, uno dei primi esempi di applicazione reale e proficua degli standard urbanistici. Trasformazioni che hanno segnato un’epoca.

Si ricorda che Piacentini (Scandiano 1922- Reggio 1985), dopo la guerra e una volta ripresi gli studi universitari a Milano, diede vita con alcuni amici allo Studio Cooperativo di Progettazione Civile (1947), poi Cooperativa Architetti e Ingegneri di Reggio Emilia (1952).

Ed è con l’edilizia sociale che i giovani cooperatori iniziano a farsi conoscere. Interessati a rovesciare la concezione delle abitazioni popolari come spazi relegati ai margini della città e a uscire dalla vecchia logica assistenziale, disegnano quartieri nei quali la qualità della vita è l’obiettivo principale: spazi pubblici aperti, servizi baricentrici, strutture edilizie articolate e disegnate nei minimi dettagli. Sono esperienze nelle quali urbanistica e architettura vanno di pari passo e che portano a progetti planovolumetrici nei quali sono localizzate le aree, previste le volumetrie, definiti gli spazi interni e la localizzazione e il volume dei servizi, le sistemazioni del verde e le reti pedonali, ciclabili e veicolari. Sono elaborazioni collettive e sperimentali, laboratori di metodi e tecniche che influenzano profondamente le politiche sociali e il tessuto territoriale delle città, prevalentemente emiliane, dove il gruppo lavora.

Dai primi anni ’60 al 1984 in particolare Piacentini ne guida con passione la Sezione Urbanistica che arriva a impegnare più del 40% delle risorse umane della Cooperativa e lo vede redattore, insieme ad altri professionisti, dei piani regolatori delle principali città emiliane, autore dei piani comprensoriali regionali di Emilia Romagna e Piemonte, tra i responsabili del Progetto Appennino ed estensore delle proiezioni territoriali del Progetto ’80. Iscritto alla Dc, Piacentini ricopre anche la carica di consigliere comunale e collabora con Giuseppe Dossetti alla stesura del Libro Bianco per Bologna.

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