«Reggio troppo stretta per Ariosto»
Vittorio Sgarbi non ha dubbi sulla vera appartenenza del poeta: «Ferrara era la sua patria»
di MATTEO BIANCHI
Secondo la tradizione, Ludovico Ariosto metteva in scena le commedie davanti ai famigliari una volta trasferitosi a Ferrara, nell'attuale via Giuoco del Pallone 31. Ad aprire le porte della dimora appartenuta allo zio canonico, Brunoro Ariosti, è stata Elisabetta Sgarbi in ricordo dei momenti trascorsi con la sua famiglia, grazie all'entusiasmo della madre di cui le stanze portano il nome, le case Cavallini Sgarbi di Rina Cavallini. Queste pareti trattengono la felice e folle collaborazione artistica tra Caterina Cavallini e il figlio Vittorio. Il critico, sulle orme di Ugo Foscolo, paragona i versi del Furioso alle onde del mare, metafora per eccellenza della vita. Lo abbiamo intervistato sull'Ariosto a Ferrara e oltre, fino ad approdare a Reggio Emilia, con un lampo.
. Le rime di Ariosto hanno avuto fortuna?
«Non ha mai avuto sfortuna critica. In quella medietas oraziana ci fu una tenuta del tempo e il tanto additato Macchiavelli fu tra i suoi esegeti più belli. Ariosto non entra in un disegno universale come di fatto traccia il De Sanctis per Tasso, Parini e Manzoni, inscrivendoli nello spirito patriottico del Risorgimento. La lettura non deve avere sempre una finalità etica, o formativa».
Si riduce tutto all'estetica?
«Persino Gramsci si scontrò con questa corazzata di bellezza. Non c'è nulla di peggiore degli uomini che credono di avere una missione. Se si vuole capire il Rinascimento non bisogna leggere Ariosto, ma il Cortegiano di Castiglione, che illustra la verità di una storia a cui l'altro rifugge attraverso il sogno. Ariosto ti mostra la vita senza dogmi, così com'è».
Il Furioso ha ancora qualcosa da insegnare?
«Non l'ha mai avuto ed è stata la sua forza maggiore. Poeta dell'armonia secondo Croce, secondo me va letto per puro piacere. Poi nelle pieghe del piacere affiorano dimostrazioni di tolleranza e di dolcezza, in sostanza di umanità».
Oggi chi sono gli intellettuali di corte?
«Negli ultimi mesi abbiamo visto dichiararsi cortigiani Baricco e Benigni, che è diventato fautore del “sì”. Nessuno dei due sta facendo qualcosa di illecito, anche se non avranno grandi vantaggi dal potere, ma sarà più quello che daranno a Renzi. Magari lo fanno per spontanea generosità».
E intorno agli Estensi?
«Riflettendo sul rango sociale di Ariosto, lo status di uomo legato al potere credo fosse parallelo a quello di poeta. Come tale doveva sopravvivere e accettava di essere un cortigiano di Alfonso I d'Este. Per stampare le trecento copie dei suoi libri sopportava la situazione. Pubblicava per il piacere di fare una cosa bella e aveva più ragioni lui di Benigni. Di sicuro era più autonomo economicamente, ma non bisogna tralasciare che l'opportunismo negli intellettuali è naturale, non devono essere degli eroi».
Cosa ne pensa di “Orlando furioso 500”, la grande mostra ferrarese?
«È una bella mostra, che mette le opere del tempo in relazione alle pagine del poema».
Considerando la madre e Boiardo, il poeta ha appreso più a Ferrara o a Reggio Emilia?
«La condizione ideale per scrivere era qui. Questa è una città evanescente, che non appartiene alla realtà. Il luogo dove nasci spesso non corrisponde a quello dove ti identifichi; anzi, la sua patria reale era quella in cui stava bene, una delle capitali europee della cultura umanista. In Castello arrivarono persino van Eyck e van der Weyden, mentre la portata di Reggio non era granché».
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