Bismantova, un altare per il dio Giove
Reggio Emilia: ipotesi accattivante per la nostra pietra, il nome potrebbe derivare da Iovis mantua
REGGIO EMILIA. Non c’è soltanto l’Olimpo fra le vette su cui gli antichi collocavano le dimore degli dei.
Nelle caverne dell’Etna si immaginava la fucina di Efesto. Il monte Kailash, in Tibet, è sacro a quattro religioni. Sull’Emeishan, in Cina, si ammira una statua dorata di Buddha. Concentrando l’attenzione sulla penisola italiana troviamo tre località denominate Monte Giove, nei dintorni di Terracina, presso Fano e in Umbria. Non è azzardato ipotizzare che anche la nostra Pietra di Bismantova, spettacolare emergenza delle ere geologiche, suscitasse tale superstiziosa reverenza nei nostri antenati da essere consacrata alla somma divinità corrispondente allo Zeus dei Greci e al Tinia degli Etruschi.
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Tanto più che la sua caratteristica forma di piatto tavolato dalle pareti a picco è straordinariamente simile a quella delle montagne del Venezuela che gli indigeni Pemon chiamano Tepui (casa degli dei). Non a caso Dante ne intuì l’aspetto oltremondano facendone, nel quarto canto del Purgatorio, l’immagine delle balze che le anime devono salire per purificarsi. È una congettura confermata dal nome stesso della rupe, che può essere interpretato come Iovis mantua, cioè “tempio di Giove”, nel senso di “spazio dedicato all’osservazione dei fulmini di Giove”. Gli studiosi, finora, hanno proposto altre interpretazioni, che però non rendono onore alla singolare bellezza e alla maestà della nostra montagna.
Anzi, quella che viene maggiormente accreditata è perfino ridicola: Bismantova significherebbe “monte del cinghiale”. In realtà è ammissibile che il nome della Pietra non abbia soltanto una semplice assonanza con quello di Mantova, città di colonizzazione etrusca come la nostra provincia. Deve avere la stessa radice. Dunque una corretta linea di ricerca sul toponimo Bis-mantova deve partire da Mantua, un termine compatibile con il bizantino Kastron Bismanto o Castrum Bismantum attestato nell’alto Medioevo. Ma il nome latino di Mantova, che trovandosi nella pianura più bassa non ha alcun legame con un (suis)montium significante monte, viene fatto risalire alla profetessa Manto, figlia dell’indovino tebano Tiresia, o a Manth, dio etrusco signore dei morti. Manto, poi, viene collegato con il greco mantèia, arte divinatoria, da mantèuomai, vaticinare. In ogni caso se ne può argomentare che Mantova fosse originariamente un luogo di culto, uno dei tanti in cui gli Etruschi esercitavano tramite gli àuguri e gli aruspici le arti divinatorie che li resero famosi. È una semplice ipotesi, non avvalorata da prove archeologiche.
Ma se si getta lo sguardo sulla “mantova” del nostro Appennino, dalla cui cima un àugure poteva osservare i fulmini, il volo degli uccelli e ogni altro presagio celeste, se ne può arguire che Bis-mantova potesse essere davvero un luogo sacro dedicato a una divinità, probabilmente quel Tinia che i Romani identificarono con Giove perché scagliava folgori. Si può immaginare che i sacerdoti etruschi l’avessero scelto in quanto spazio aperto e panoramico, adatto a scrutare il cielo dopo averlo diviso nei sedici settori di ciò che i latini chiamarono templum. Perciò si può pensare che esistesse un’altura consacrata al padre degli dei anche nel territorio reggiano. È altrettanto plausibile che i nostri antenati, discendenti degli Etruschi, la chiamassero Iovis mantua, pronunciandola come una parola sola. Se le cose stanno così, nel passaggio al termine Bismantova citato da Dante l’iniziale vocalica “Io” è caduta, la sillaba vis si è trasformata in bis e mantua ha subito la stessa lieve mutazione fonetica della città lombarda. Inoltre si può tradurre mantua secondo il significato originario del latino templum: spazio aperto d’osservazione celeste. Ma la nostra rupe ha la forma di una gigantesca ara. Quindi è più semplice e intuitivo chiamarla “altare” o “tempio” di Giove.
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