Gazzetta di Reggio

Un’indagine sugli artisti che “inventarono” il moderno

di Cristina Bassi
Un’indagine sugli artisti che “inventarono” il moderno

“Liberty in Italia” s’inaugura oggi a Palazzo Magnani e durerà fino al 14 febbraio Tra le 300 opere realizzate tra il 1890 e il 1920 anche alcune mai esposte prima

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REGGIO EMILIA. L’attesa è finita. Palazzo Magnani accende i riflettori sul Liberty italiano. «Ma non si tratta di una mostra – precisa la presidente Iris Giglioli – è più un’indagine su un movimento molto affascinante».

«Dietro c’è oltre un anno di lavoro e abbiamo cercato di proporre una nuova chiave di lettura del Liberty visto che ci sono state diverse mostre negli anni – affermano i curatori Francesco Parisi e Anna Villari –. Ci siamo concentrati su una scansione temporale più ampia, dal 1890 al 1920, abbiamo inserito vari inediti e tesori provenienti anche da musei non sempre così conosciuti». E a proposito di tesori, il presidente della Provincia Giammaria Manghi, evidenzia che la cultura è un bene prezioso, «una sfida di civiltà». Per il sindaco Luca Vecchi «la vivacità culturale comporta dinamismo, anche economico, quindi è importante per la città».

Ecco che si parte. Da oggi (ore 10-19) fino al 14 febbraio potrete ammirare 300 opere tra pittura, scultura, architettura, pittura decorativa, ceramica d'artista, bronzi, manifesti, illustrazioni e incisioni. Lasciatevi incantare dalle scelte stilistiche di Arturo Martini, Umberto Boccioni, Giulio Aristide Sartorio, Adolfo De Carolis, Lorenzo Viani, Plinio Nomellini, Galileo Chini, Leonardo Bistolfi a Felice Casorati, solo per fare alcuni nomi. Amate le novità? Ricordate che ci sono diversi inediti: come “Il Ritratto in giallo” di Arturo Noci, “Annunciazione” di Giulio Bargellini, la scultura di Andrea Lippi “Campane”, illustrazioni di Umberto Boccioni per il Corriere dei Piccoli, un vaso di Giuseppe Cellini, primo illustratore di D’Annunzio. Se cercate qualcosa di “casa nostra”, vi attendono i lavori grafici e pittorici del reggiano Giovanni Costetti. Vi ha colpito l’immagine che da mesi vedete sui manifesti e che ritroverete sul catalogo? È nella terza sala: avete atteso un po’ ma, d’altronde, si chiama proprio “Attesa”. È di Enrico Lionne e proviene dalla Galleria Giannoni di Novara. E se nella prima sala al piano terra c’è qualcosa che vi sembra familiare, è normale: è il bozzetto del fregio del Parlamento di Giulio Aristide Sartorio. C’è anche un’opera proveniente da un museo di Ascoli Piceno che ha dovuto chiudere per via del terremoto: “I cavalli del sole” di Adolfo De Carolis. Che altro dire? I manifesti di grandi dimensioni a fine percorso vi lasceranno sicuramente a bocca aperta.

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