Rumiz a Bibbiano: «Riscoprire i territori a piedi, un vero atto di resistenza»
Giovedì 10 novembre al Teatro Metropolis lo spettacolo dello scrittore triestino e Scillitani coi Faberscik. Gli autori dopo aver percorso l’Appia invitano il pubblico a mettersi in cammino
REGGIO EMILIA. Un viaggio da Roma a Brindisi, sulle orme di quello che resta della prima strada costruita dai Romani, la via Appia. Un elogio dell’Italia minore, spesso dimenticata se non addirittura oltraggiata, nonostante costituisca la vera ricchezza del Paese. Un’esortazione ad andare a piedi, perché il camminare assume oggi i connotati «di un atto di resistenza» contro l’abbandono dei luoghi e stili di vita votati alla velocità e dunque alla superficialità.
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Lo scrittore triestino Paolo Rumiz nella primavera 2015 ha percorso la regina delle vie europee, tanto importante nella storia quanto oggi dimenticata e per lunghi tratti scomparsa. Con lui un manipolo di amici, tra cui il compagno di molte avventure, Alessandro Scillitani, il direttore artistico del “Reggio Emilia Film Festival”, quest’anno dedicato al tema del viaggio. Da questa esperienza straordinaria è scaturito il libro “Appia”, edito da Feltrinelli, e anche lo spettacolo “La voce della strada”, che domani andrà in scena allle 21 al Teatro Metropolis di Bibbiano.
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«Durante il viaggio abbiamo acquisito suoni e immagini – spiega Rumiz –. Scillitani è anche un compositore per cui in quei giorni sono nate musiche di accompagnamento prodotte dal cammino. La mia scrittura e le musiche di Alessandro sono figlie dei nostri piedi. Non abbiamo dovuto fare altro che miscelarle e aggiungere un pizzico di filosofia della strada».
ll racconto dell’Appia è prima di tutto un invito all’attraversamento lento del territorio. «Il cammino è comprensione della realtà, ma al tempo stesso il camminatore diventa una specie di bardo, che ha una visione fantastica dei luoghi. Il viandante è insieme un concreto e un visionario. Dal cammino nasce la scrittura, il verso, la metrica, una visione del mondo».
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L’opera di Rumiz si caratterizza da anni come una ricerca di ciò che resiste all’omologazione. Camminare a piedi, atto quasi rivoluzionario oggi, fornisce l’occasione per riappropriarsi di ciò che abbiamo dimenticato o lasciato andare in malora e consente di fare straordinari incontri. In pratica l’antitesi del mondo virtuale che ci assedia.
Il tema del festival, si diceva, è il viaggio. Che non ha nulla a che fare con il turismo, con la rappresentazione artefatta dei luoghi. Nel suo racconto lo scrittore non nasconde nulla di quanto di bello ha incontrato, come i monumenti, la buona cucina, l’ospitalità del Sud, ma anche di brutto, l’inquinamento, l’incuria, la scortesia e la diffidenza di alcuni. «In Italia la comparsa dei camminatori produce talvolta una reazione, come davanti ad intrusi e clandestini. Ma spesso, dopo l’iniziale diffidenza, si assiste alla rapidissima conversione delle persone, il cui atteggiamento muta in aperta simpatia e accoglienza». Eppure non ci si può sottrarre a queste esperienze. «Il cammino si fa nel mondo, non fuori dal mondo. Comporta anche vesciche, graffi, punture di vespa, zaffate di tubi di scarico, insulti, diffidenza. È un’immersione, non un decollo verso altezze rarefatte. Ecco perché ho scelto l’Appia e non Santiago».
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Il camminatore attiva tutti i sensi. «Continuo a inghiottire il Paese a forchettate, a ruminare avidamente cultura, flora, fauna, paesaggio», scrive il triestino. Un viaggio persino politicamente scorretto perché il giornalista e i suoi amici, in barba al salutismo imperante, nel tragitto verso la meta non disdegnano, talvolta, grandi bevute e manicaretti luculliani, che si trasformano spesso in accesi dibattiti, almeno fino a quando il vino non ha il sopravvento.
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