Gazzetta di Reggio

VI RACCONTO SERAFINO VALLA MIO PADRE NAÏF

LA FIGLIA GIUSEPPINA: «L’HO CAPITO TARDI ERA SEMPRE PIÙ AVANTI DI TUTTI NOI»

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di MARTINA RICCÒ

C apita che un fagiano ti voli incontro e si piazzi nella tua corsia, incurante delle auto che sfrecciano veloci. Capita che quel fagiano sia tuo padre, che non ti vuole abbandonare nonostante la morte e continua a seguire i tuoi passi. Parlare con Giuseppina Valla, figlia del naïf Serafino, è un’esperienza indimenticabile. «In arte ciò che non si comprende lo si deve accettare come mistero – cerca di spiegarsi lei, usando le parole del padre –. E anche nella vita».

Occhi umidi dalla commozione, seguendo i sentieri impervi dei ricordi, ci conduce nel luogo dell’anima di nome Serafino Valla: padre e artista. «Solo dopo la sua morte sono riuscita a occuparmi della sua arte – svela – prima ero troppo impegnata a fare la figlia. Gli ho detto tanti no, senza capire che quello che chiedeva era lungimirante oltre che giusto». Come il sito internet in cui raccontarsi, tra biografia e opere, e una rappresentazione teatrale sulla sua vita. «Desideri che ho realizzato in questi due anni, grazie a incontri dettati dal caso. Che per me – decreta – si chiama Serafino Valla».

Adriana Dossi, attrice e regista, in primavera ha messo in scena “Serafino radica l’arte in se stesso”, una performance basata sui testi dello stesso Valla – che nel 2001 aveva presentato al Centro diaristico nazionale di Pieve Santo Stefano la sua autobiografia – e su un’analisi della sua infanzia (sofferta e dolorosa) chiesta da Giuseppina a Grazia Honegger Fresco, pedagogista ed erede di Maria Montessori. «L’opera è stata presentata in anteprima a Sabbioneta in occasione della prima antologica su mio padre dopo la sua morte – ricorda Giuseppina – e poi ha debuttato in teatro a Bergamo. Sarebbe bello che si potesse portare anche a Reggio, magari nell’ambito di una manifestazione sui naïf o in occasione di un’esposizione di quadri di mio padre, per legare insieme il tutto».

A Sabbioneta Adriana Dossi si era presentata con una tunica a mo’ di corteccia, braccia levate al cielo (imitando gli alberi delle tele di Valla, così umani nella loro fisionomia a croce latina) e sul viso una maschera rotonda, arancione e gialla. «Ha portato in scena l’omino di mio padre – spiega Giuseppina – quella specie di logo che si ritrova in quasi tutti i suoi quadri. E che, secondo me, lo distingue dagli altri naïf». Prendiamo il Violinista autodidatta, un “suonatore Jones” della Bassa in grado di dialogare con la terra e il cielo. Ma anche Barcaiolo con cane, la cui solitudine si specchia nelle acque gelate del Po, o Falciatore, immerso nella nebbia e imprigionato tra alberi-candelabro, come in una veglia. L’uomo – sia che suoni, remi o cammini imbracciando una falce – ha la testa china. Il volto non c’è, o meglio non si vede, coperto da un cappello di paglia. «L’uomo col cappello – svela Giuseppina – è mio padre, con tutte le sue problematiche. Le teste chine dei miei quadri, diceva lui, sottolineano che l’uomo deve guardare in se stesso per avere le esatte proporzioni delle espressioni di tutto ciò che lo circonda».

Come a dire che l’identità degli uomini, la loro essenza, non si mis. ura con ciò che fanno per vivere (guidare un carro, tagliare legna, coltivare la terra, allevare pecore o mucche) ma con quello che hanno dentro. «E lui dentro aveva un mondo – ricorda Giuseppina – al punto da sentire il bisogno di scrivere aforismi e massime. Anche altri naïf avevano un buon rapporto con la penna, penso a Ghizzardi che ha scritto la propria autobiografia e a Rovesti, che spiegava le sue opere sul retro della tela, ma mio padre era un filosofo».

Ed è impossibile non pensare a quel campo di girasoli pasciuti in cui il cappello di Valla cerca di mimetizzarsi, invano. Il polline dei girasoli è, sì, arancione come la cupola del cappello, la corolla dello stesso giallo caldo della falda. Eppure l’uomo ha la testa china, mentre i girasoli si fanno accecare dal sole. E mentre il tronco umano sostiene “l’omino” con fare materno, nel cielo squarciato dalle braccia legnose volano due uccelli uguali e opposti. Uno nero e uno bianco, come i cavalli che trainano il carro nel mito di Platone.

La ragione, nella Bassa, non è un auriga ma un uomo col cappello, dal capo chino.

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