«Tutte le relazioni finiscono e per questo vanno vissute»
Andrea De Carlo venerdì 18 alla libreria all’Arco presenta “L’imperfetta meraviglia” Diciannove romanzi in 35 anni. «Il mio pubblico? I giovani di ieri e quelli di oggi»
REGGIO EMILIA. A dividere “Treno di Panna” e “L’imperfetta meraviglia” sono 35 anni. Un lungo cammino fatto di una instancabile ricerca attraverso la scrittura ma anche un itinerario non sempre lineare costruito attraverso le più diverse esperienze personali. Perché “il percorso di un romanziere deve essere il più vario possibile... se non si vive, diventa difficile scrivere”. Andrea De Carlo, milanese,classe ’52, alle spalle 19 romanzi alcuni dei quali lo hanno reso una “icona pop” capace di stregare i giovani di ieri e di oggi, sarà venerdì 18 (ore 17.20) alla libreria all’Arco con il suo ultimo romanzo, “L’imperfetta meraviglia”, edito da Giunti. Lo abbiamo sentito alla vigilia della presentazione.
Un gelato che si sta sciogliendo sotto il titolo “L’imperfetta meraviglia”. Ma davvero niente è destinato a sopravvivere al tempo?
«E’ così. La riflessione che corre attraverso la storia è questa: la non permanenza delle cose e delle relazioni. Ma è proprio per questo che le “meraviglie” vanno vissute in pieno e apprezzate quando ci sono... prima che si sciolgano».
Se nel mutamento sta la bellezza della vita, è anche vero che ogni suo romanzo si può leggere come un bilancio esistenziale...
«In ogni romanzo la storia diventa un campo d’indagine nel quale si possono mettere in scena interrogativi, domande, situazioni da condividere. Mentre i personaggi diventano persone che riflettono i nostri stessi dubbi. In questo senso è vero che ogni romanzo si può leggere come bilancio esistenziale personale e collettivo insieme. Altrimenti il romanzo diventa un diario autoreferenziale, e questo non mi interessa».
Così come in ogni suo romanzo, anche nell’ultimo l’attualità gioca un ruolo fondamentale. E’ una scelta?
«In oltre trent’anni non mi è mai capitato di parlare di un argomento perché, a tavolino, ho deciso che era qualcosa di attuale. E spero non mi capiterà mai. Il romanziere, che non è un cronista, racconta in modo soggettivo quello che vede da quella che è la sua finestra. Raccontando storie di oggi è inevitabile che nel romanzo entrino ragionamenti politici, sociali, i dibattiti che si respirano nell’aria».
De Carlo scrittore ma non solo. E’ stato assistente alla regia di Federico Fellini, ha collaborato con Michelangelo Antonioni e ha realizzato due cd musicali. Ma alla fine ha vinto la scrittura. Come mai?
«Io mi definisco scrittore. Gli altri linguaggi li frequento con passione ed entusiasmo ma penso che ognuno abbia la sua vocazione. Io molto presto ho capito quale fosse la mia e su quella ho lavorato. D’altra parte anche Fellini e Antonioni raccontavano delle storie».
Ha scritto i suoi due primi romanzi con una Lettera 22 portatile. Gli strumenti quanto cambiano la scrittura?
«La cambiano da diversi punti di vista. Sono passato prima alla macchina elettronica poi al computer: è vero che a strumenti più duttili e flessibili corrisponde una realtà più fluida e veloce. Quello che mi manca sono le pile di carta con tutte le stesure, qualcosa di molto fisico. Ora tutto è in un file, ma in realtà non rimane la memoria... Qualche anno fa ho riprovato a riprendere in mano la macchina da scrivere, ma indietro non si torna».
I suoi elettori, negli anni ’80, erano i giovani. E oggi?
«Molti mi hanno accompagnato in questi trent’anni, altri sono subentrati. Lo vedo alle presentazioni, quando in platea siedono accanto diverse generazioni. E per me è una grande soddisfazione».
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