La “figlia” dei CSI omaggia l’impegno di Mercedes Sosa
Il nuovo disco di Ginevra Di Marco è dedicato alla grande artista argentina «Realizzato con una raccolta di fondi per coinvolgere la gente nel progetto»
REGGIO EMILIA. È partita col botto la raccolta fondi per “La rubia canta la negra”, il nuovo disco di Ginevra Di Marco dedicato a Mercedes Sosa, una delle icone dell’arte e dell’impegno in Sudamerica. La campagna di crowdfounding avviata il 15 novembre ha già raggiunto la quota fissata, 5 mila euro, e ora ha altri due mesi per aumentare il budget per il disco.
La storia ha tante ramificazioni reggiane, figlie di anni di musica ad alto livello. Toscani purosangue, Ginevra Di Marco e il compagno Francesco Magnelli, curatore artistico del progetto, hanno fatto parte dei CSI, il gruppo di Giovanni Lindo Ferretti e Massimo Zamboni nato dalle ceneri dei CCCP. Per loro Reggio significa dischi registrati, concerti, amici. Un percorso continuato nella fase iniziale della band successiva, i Pgr, prima di salutare e mettersi in proprio con dischi dedicati alle musiche del mondo. «L’origine nasce da un tributo che ci è stato commissionato dal festival Musica dei Popoli di Firenze – racconta la Di Marco – L’idea mi è subito piaciuta, ma mi ha anche spaventato perché è un personaggio che che ho sempre amato».
E poi?
«Poi abbiamo preso coraggio e abbiamo deciso di allargare il tiro, dal concerto a un disco».
Cosa la attirava di Mercedes Sosa?
«Si è sempre impegnata per la sua gente e il suo popolo, e lo ha pagato con il dolore e con l’esilio, nella speranza di un mondo più equo».
Un’icona, per certi versi?
«Ha combattuto per tutta la vita con una coerenza feroce, e credo che personaggi del genere dobbiamo continuare a cantarli, hanno ancora tanto da darci».
Veniamo alle canzoni. Come le avete affrontate?
«Le abbiamo rivisitate, cercando di rispettarne le emozioni ma trasformandole alla nostra maniera».
Poi è arrivata la produzione. Per voi, che avete vissuto il rock indipendente come il periodo delle grandi major, cosa comporta un crowdfunding?
«Superati i dubbi iniziali, che avevo anche io, sul fatto che fosse una “carità”, ci siamo resi conti che in realtà questo è un modo per condividere le cose con altre persone, fra la gente, come piace a noi».
Una storia musicale come la vostra quanto ha inciso sulla buona riuscita della campagna?
«Probabilmente ha pagato, ma questo percorso ti permette anche di allargare ulteriormente. Noi viviamo di contatti con la gente, di concerti: i rapporti e le relazioni si creano lì e questo metodo di finanziamento è un modo per rafforzare il tutto».
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