BIANCHI DI PAURA, MA ARMATI
NEL 1948 I PARTIGIANI CATTOLICI PRONTI A COMBATTERE CONTRO I ROSSI
di ADRIANO ARATI
B ianchi di paura ma pure armati e pronti a combattere. Il secondo dopoguerra è uno dei nodi oscuri della storia italiana, segnato dalla Guerra Fredda, dalle vendette, dal recupero dei fascisti. Discorso valido ancor più nella Reggio comunista, uno dei vertici del cosiddetto Triangolo della Morte.
Che i partigiani rossi fossero pronti, e in molti casi desiderosi, di prendere le armi è acclarato. Non erano i soli, però: anche gli ex resistenti cattolici hanno vissuto almeno due anni di costante allerta, in cui l’ipotesi di imbracciare i fucili contro i rivali politici era decisamente concreta. Un lato decisamente meno noto, oggi evidenziato dalla ricerca dello storico reggiano Andrea Montanari, intitolata “1948-1950. Bianchi di paura. La Democrazia Cristiana in Emilia Romagna e l’offensiva comunista dal 18 aprile 1948 ai fatti di Modena”. Un lavoro appena uscito all’interno dell’ultimo numero di RS-Ricerche Storiche, la rivista curata dall’istituto storico provinciale Istoreco.
Anni di lavoro fra gli archivi ufficiali e quelli dei partiti, uniti alla raccolta di tante testimonianze dirette e indirette, hanno permesso di ricostruire uno spaccato praticamente inedito. Fra il 1947 e il 1948, sul vento spietato della Guerra Fredda, si consuma la frattura fra i tre partiti della Resistenza, la Dc filo-americana da un lato e il fronte popolare di Pci e Psi dall’altro. Le elezioni del 18 aprile 1948 portano la vittoria della Dc, in un’atmosfera tesissima. L’attentato a Palmiro Togliatti complica le cose, i due anni seguenti sono un crescendo di paure sino ai fatti di Modena – l’uccisione di sei operai il 9 gennaio davanti alle Fonderie Riunite – che apre la strada all’ulteriore inasprirsi della vicenda. L’ipotesi di una guerra civile è concreta e l’aria è particolarmente torrida, soprattutto in Emilia: nel 1950 il presidente della Coldiretti di Reggio, Annibale Brunelli, scrive al segretario provinciale Dc Corrado Corghi segnalando come fosse «credenza di molti che le province di Modena e Reggio, e l’Emilia in generale, costituiscano la roccaforte del Pc talché questa regione, quando fosse giuridicamente riconosciuta, diventerebbe la prima repubblica sovietica d’Italia e potrebbe ben servire come modello per le altre».
Rispetto e paure per i rivali si uniscono, in quei mesi. Nei suoi resoconti, Corghi spiega che a Reggio l’organizzazione dei comunisti è perfetta, «danno evidenti segni di attività paramilitare», mentre nella Dc, «lo stato d’animo è di disagio e di paura». «Sicuro che eravamo armati il 18 aprile 1948 – ricorda sempre Corghi, citato da Montanari –. Non si trattava di un’iniziativa isolata, esisteva una direttiva nazionale. Non dico tutti i partigiani cattolici, ma l’autodifesa armata esisteva. La Dc ha sempre cercato di non ritenere necessari quei gruppi armati, ma c’era chi li teneva presenti nel mondo ecclesiastico».
Una Reggio completamente armata, con pure le forze dell’ordine schierate in chiave anticomunista. Montanari lo sottolinea grazie alle parole del partigiano bianco scandianese Sereno Folloni: «Anche le forze dell’ordine erano preoccupate per l’eventuale colpo di stato comunista, tanto che, durante la campagna elettorale del 1948, il maresciallo dei carabinieri di Scandiano mi disse che erano pronte le armi per quei cattolici che, in caso di golpe, avevano intenzione di difendere la patria». Anche se in seguito questo presidio è stato spesso minimizzato come meramente difensivo, il fronte bianco locale era pronto. In una riunione regionale della Dc i reggiani spiegano di stare valutando «la possibilità di mettere in efficienza una organizzazione che sia in grado di affiancare le forze dell’ordine. Qualche arma all’uopo esiste ancora. Il problema è localmente assai avvertito, anche dalla periferia. La difficoltà maggiore è di trovare le armi». L’unica questione era la potenza di fuoco disponibile, non certo la determinazione a battersi.
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