Valenti: «Racconto una guerra mai finita»
Lo scrittore oggi (ore 17) in biblioteca a Casina presenta il suo romanzo “Rosso nella notte bianca”
CASINA. La violenza privata del passato per raccontare la grande ferita italiana, quella mai suturata della seconda guerra mondiale. Oggi pomeriggio (ore 17) lo scrittore lombardo Stefano Valenti sarà a Casina, alla biblioteca comunale di via Marconi, per la presentazione del suo nuovo romanzo, “Rosso nella notte bianca” (Feltrinelli). Un lavoro segnato da ottime critiche dopo un esordio, “La fabbrica del panico”, vincitore del Premio Campiello Opera Prima 2014, del Premio Volponi Opera Prima 2014 e del Premio Nazionale di Narrativa Bergamo 2015. A chiamare in montagna Valenti è l’associazione culturale carpinetana La 25° Ora. “Rosso nella notte bianca”, ambientato in Valtellina, si basa su una storia vera avvenuta nel Mantovano, una vicenda di stupri e violenze fasciste fra guerra e primo dopoguerra conclusa decenni dopo con un omicidio.
Siamo ancora alla guerra, quindi?
«La seconda guerra mondiale non è mai stata superata, in Italia, anche per via della guerra fredda. Fatto sta che portiamo ancora le ferite di quel periodo, dei tantissimi episodi di violenza».
Il territorio reggiano ne sa qualcosa...
«Proprio come la Valtellina dove ho ambientato la storia. L’ispirazione arriva da una storia avvenuta a Viadana, l’ho spostata nella mia zona natale perché la conoscevo bene».
La vicenda è dolorosamente intima. Ci si ferma qui?
«No, io volevo parlare di quel periodo storico, quello che ci ha condizionato praticamente sino ad oggi, perché nessuno l’ha mai affrontato seriamente».
Parla di società o di letteratura?
«Di entrambe le cose. La guerra fredda ce l’ha impedito, e l’abitudine italiana a sistemare le cose, a cambiare bandiera alla svelta ha fatto il resto. I partigiani saranno stati 80mila, alla Liberazione erano oltre 200mila, aumentati di colpo negli ultimi giorni. Non c’è stato un percorso per superare la guerra.Le ultime generazioni di autori poi non toccano l’argomento. Premetto, non volevo fare un romanzo sulla Resistenza, sarei dovuto andare a scomodare i mostri sacri come Fenoglio. Volevo parlare dell’oggi col tramite di vicende di ieri che ancora ci segnano. Volevo parlare della classe operaia, in particolare».
La classe operaia?
«E’ il ceto da cui provengo, e che conosco meglio. Il romanzo racconta di persone della classe operaia, così come lo faceva il precedente “La fabbrica del panico”, dove si parlava di amianto. E non è finita qui».
In che senso?
«Non c’è ancora nulla di definito, ma mi piacerebbe completare il mio affresco sulla classe operaia italiana nel ‘900 con un romanzo sugli anni ’70. Il periodo a oggi più complesso e ancora irrisolto, per tanti versi figlio della guerra».(adr.ar.)
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