Gazzetta di Reggio

Orietta Berti si racconta: «Il mio trucco? Ripartire sempre da zero»

di Martina Riccò
Orietta Berti si racconta: «Il mio trucco? Ripartire sempre da zero»

L’Usignolo di Cavriago al castello di Montecchio per ripercorrere 50 anni di canzoni e d’Italia: «Oggi mancano gli autori di testi»

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MONTECCHIO. Risponde al telefono con voce squillante – quella voce squillante che l’ha fatta conoscere ovunque come l’Usignolo di Cavriago – ed è come se ti conoscesse da una vita.

Cinguettando con entusiasmo ti racconta del marito Osvaldo e dei figli Omar e Otis, i cui nomi iniziano con la O per una sorta di tradizione di famiglia (e perché «Il mio primo figlio lo volevo chiamare Mafaldo, come mio papà, ma non mi sembrava un gran bel nome. Allora l’ho chiamato Omar come Omar Sharif, che conobbi al Lido di Venezia a un torneo di bridge e fu tanto carino. Per il secondo, Otis, decisi il nome il giorno in cui andai a Milano a ritirare il disco d’oro e in radio sentii Otis Redding, grande bluesman americano»), e di tutti gli impegni che la tengono lontana dalla sua Montecchio, dove, nonostante la fama, continua a vivere. «Mi davano della campagnola, ma non mi è mai importato. Sarà ben meglio vivere in un paese piuttosto che in un piccolo rione di una grande città?». Orietta Berti è così, immensa nella sua semplicità.

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Al punto che per averla ospite al castello di Montecchio, al sindaco Paolo Colli è bastato fermarla per strada. «Stavo facendo una passeggiata in centro con mio marito – racconta lei – e ci siamo fermati davanti alla vetrina di un negozio. Mi sono sentita chiamare ed era il sindaco. “Vorremmo omaggiarla per la sua carriera”, mi dice, e mi propone di partecipare a una serata in mio onore. Ho accettato subito, e così mercoledì 30 novembre alle 21 sarò nella sala della Rocca».

Qual è il programma della serata?

«Faremo vedere dei video e delle fotografie per raccontare la mia carriera. Ci sarà anche il giornalista Luciano Manzotti, autore, insieme al bravissimo Tommaso Labranca, della mia biografia “La vita secondo Orietta”. L’idea era quella di rifare il libro, pubblicato nel 1997, vent’anni dopo, ma purtroppo Labranca è venuto prematuramente a mancare e non se ne è più fatto nulla».

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Cinquant’anni di carriera non si raccontano in poco tempo, soprattutto perché lei è sempre stata attivissima: musica, cinema, tv…

«Infatti sono contenta che ci sia anche Luciano Manzotti: su Orietta Berti sa più cose lui di me. Io, dopo tanti anni, non mi ricordo più che cosa ho cantato in una certa occasione o quale aneddoto fa più ridere. Ma sono certa che sarà una bella serata, perché oltre a ripercorrere la mia carriera capiremo come e quanto è cambiata la società in questi anni».

Lei si è fatta un’idea? Siamo cambiati in meglio o in peggio?

«In peggio, purtroppo. La società è diventata più fredda, cattiva, egoista. Sicuramente dipende dalla crisi economica e dal fatto che le persone sono deluse, ma una volta la gente era più gioiosa, si lasciava toccare dalle emozioni e appena c’era la possibilità cantava. Prendiamo Canzonissima: la finale del 6 gennaio era vista da 30 milioni di persone, e il giorno dopo tutti cantavano le canzoni che avevano ascoltato».

Un altro mondo rispetto alle ultime edizioni di Sanremo.

«Adesso non capita più, ma non perché non ci siano belle canzoni. È che la gente ha tante preoccupazioni e non si mette ad ascoltare la musica. E poi, rispetto al passato, in tv c’è molta più scelta: documentari, fiction, programmi di approfondimento… Se sono rimasta nel cuore delle persone, come è successo anche a Morandi o agli altri cantanti della nostra generazione, è perché negli anni Sessanta e Settanta gli italiani non vedevano l’ora di avere nuove canzoni da cantare».

Bisogna anche dire che la canzone italiana è un po’ tramontata…

«È vero. Quando ho iniziato io la musica italiana era molto apprezzata: con un disco si arrivavano a vendere anche 800-900 mila copie, e parlo dei 45 giri. Era un periodo d’oro per tutti: il pubblico aveva voglia di cantare, c’era tanto materiale e soprattutto c’erano autori bravissimi. Non come adesso: i pochi cantautori che ci sono cantano una canzone bella ma poi tutte quelle che seguono sono uguali. Purtroppo non ci sono più i Lucio Battisti, vi sfido a trovare una sua canzone uguale a un’altra, e noi cantanti, che non ci scriviamo i testi da soli, siamo costretti ad andare a pescare all’estero, magari tra gli evergreen, traducendo i testi in italiano e cambiando gli arrangiamenti».

Eppure lei, a cinquant’anni da “Tu sei quello” con cui nel 1965 vinse Un disco per l’estate, continua a sfornare canzoni che fanno sognare e innamorare gli italiani (e non solo). Qual è il segreto del suo successo?

«Se nel 1965 mi avessero detto che avrei cantato per altri cinquant’anni vendendo tutte le copie che ho venduto non ci avrei creduto. E il trucco è tutto qui. Puoi anche vendere 4 milioni di dischi, ma il giorno dopo ti devi alzare, cancellare tutto quello che hai fatto e ripartire da capo con una nuova canzone e una nuova avventura».

Per esempio creare un canale youtube personale e realizzare dei videoclip, cosa che finora non aveva mai fatto…

«Io credo che al pubblico si debba dare sempre qualcosa in più, e così quest’anno ho realizzato quattro video, l’ultimo dei quali, per “Na sera ’e maggio”, grazie ai bravissimi Sugarkane. Il canale youtube, invece, me l’ha creato un ragazzo di Catania».

Si sente a suo agio con la nuova tecnologia?

«Devo ammettere che mi piace molto. Con il sito, per esempio, riesco a essere sempre in contatto con il mio pubblico e la comunicazione è velocissima. Sono stati i miei fan a mandarmi da tutta Italia le foto d’epoca che si trovano nel cofanetto “Dietro un grande amore”, senza di loro non sarei riuscita a corredare i 5 cd di immagini così belle».

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