Con Brunetto Carboni la storia è un’avventura
Nei suoi libri lo storico reggiano racconta l’evoluzione della città nei secoli, tra rapimenti e “vip”
REGGIO EMILIA. Reggio fu fin dalle origini la sorella minore delle città vicine. Rifulse in età comunale, ma poi gravitò su Mantova, Ferrara e Modena. Sfigurava perfino rispetto a Correggio e Scandiano, piccole corti rese splendide da sommi artisti e poeti. Nondimeno partecipò sempre della grande cultura europea veicolata dalla lingua latina, l’esperanto dei dotti, e diede alla luce figli illustri.
Ne rende conto lo storico Brunetto Carboni nei volumi della collana “Le genti del Medioevo reggiano” edita da Antiche Porte (12 euro l’uno). L’autore, nato nel 1929, ha alle spalle un’attività professionale di import-export, ma il il suo tempo libero è sempre stato assorbito dalla passione per la ricerca storica. Ne sono scaturite parecchie e apprezzate pubblicazioni, fra cui le più recenti che fanno luce sui nostri progenitori dell’età di mezzo: “Podestà, Capitani del Popolo e Signori”, “Guido Ferrari Bagnoli e i parenti poveri”, “Opus magnum, i Liberi Homines, le persistenze istituzionali longobarde”, “Inquisizione e Templari”, “Terre di Reggio... ed altro”. Quest’ultimo libro raccoglie quattro saggi, oltre ad un interessante glossarietto dal latino medievale reggiano all’italiano d’oggi. Il più originale, che nella prefazione Carlo Baja Guarienti definisce colto divertissement, è l’invenzione, fantasiosa ma verosimile, di un “feroce atto di pirateria” riportato nella cronaca di un “improbabile quotidiano del 1455”. Vi si racconta il rapimento di cinque giovani mercatanti reggiani da parte del corsaro Rampino, munito di patente di corsa della repubblica di Genova. I cinque vengono portati in Corsica, da dove viene chiesto alle famiglie un riscatto di 560 ducati d’oro. Gli intermediari ne traggono lucro. Vi è, inoltre, una ricerca sul comitato parmense in territorio reggiano e modenese nei secoli X e XI. Carboni fa un po’ di luce fra le nebbie di quell’epoca identificando alcune località comprese tra Sassuolo e Scandiano e seguendo la tortuosa evoluzione delle signorie feudali carolinge fino all’affermazione dei Canossa.
Al “feudo vescovile di San Martino in Spino”, frazione di Mirandola, è dedicato un altro saggio. Infine l’autore mette a confronto due biblioteche private del Trecento: quella di Maestro Giovanni da Reggio, prevosto della cattedrale di Parma, chierico di camera del Papa ad Avignone e canonico di Reggio; e quella del vescovo Guido Guicci, canonico e arcidiacono della cattedrale, titolare della diocesi di Concordia Sagittaria, nel Veneto, e sepolto nella chiesa di San Francesco a Udine. Entrambe comprendono, oltre ai libri liturgici, opere di teologia e filosofia, specialmente scolastica e tomistica. Vi si nota la completa assenza del genere letterario latino o volgare. Nel secondo libro della collana, pubblicato quest’anno, Carboni aveva rievocato la figura di Guido Ferrari Bagnoli, il celebre concittadino qui misconosciuto che fu, nel XIV secolo, il medico del re di Cipro Pietro I di Lusignano. Il suo nome compare in una postilla di un’opera latina di Francesco Petrarca insieme a quello di altri tre giovani eruditi averroisti con cui il poeta polemizza sostenendo le tesi platoniche e agostiniane. I suoi “parenti poveri” reggiani ricordati nello stesso saggio sono il Guido da Castello citato da Dante, il traduttore dell’Eneide Tommaso Cambiatori, Gian Francesco Rubini, Simone Brami, Raffaele Giustineo, Ludovico Parisetti senior e Bartolomeo Crotti. (l.s.)
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