Appuntamento “libero” con l’arte contemporanea
Nella Manica Lunga di Rota è allestita la mostra “Tutto Quadra” Sono esposte oltre 400 opere senza didascalie, mettetevi alla prova
REGGIO EMILIA. Se siete stanchi state a casa, perché per visitare la mostra “Tutto quadra” ci vuole energia. E se avete voglia di sfoggiare le vostre conoscenze, recatevi da un’altra parte: qui le didascalie non ci sono, le nozioni non servono, ci vuole solo il coraggio di far uscire allo scoperto il proprio gusto. Lasciandolo vibrare tra le emozioni che scaturiscono da certe pennellate sulla tela, e i ricordi – inevitabili – che i quadri sanno risvegliare in ognuno.
La premessa è d’obbligo, altrimenti potreste trovarvi spaesati davanti alle oltre 400 opere esposte. La “Manica Lunga” di Italo Rota (frutto dell’intervento di riqualificazione al terzo piano dei Musei Civici) è infatti completamente tappezzata di quadri e installazioni. Ci sono pure la Croce di Claudio Parmeggiani – una sorta di profumato inno alla vita, essendo formata da spezie e semi odorosi e coloratissimi – e il celebre capidoglio portato a Reggio da una compagnia di saltimbanchi che, dopo averlo trovato su una spiaggia marchigiana, lo avevano usato come fenomeno da baraccone e mostrato a mezza Italia.
La visita però inizia prima. Precisamente al primo piano del palazzo dove, tra i mosaici dell’atrio, spunta la Struttura n° 734 di Enzo Mari. Si riconosce, non preoccupatevi, è incorniciata da un pannello arancione fluorescente (lo stesso colore che vi accompagnerà attraverso la galleria Spallanzani fino alle scale che portano ai piani superiori). A colpire è il rimando tra l’opera contemporanea realizzata nel 1966 e i frammenti dell’epoca romana e medievale: la struttura di Mari, il cui bianco e nero così disposto fa pensare al codice binario, è formata dagli “stessi” tasselli dei mosaici antichi. Fermatevi a guardarlo perché in questo primo assaggio c’è la chiave di tutta la mostra: il dialogo. Tra il passato e il presente, tra gli artisti e i visitatori, tra la cultura e i reggiani. Al punto che al terzo piano, tra un dipinto e l’altro, spuntano dei pannelli che non possono non attirare la nostra attenzione: “Qui manca il Futurismo reggiano”, “Aiutateci a completare la collezione”.
L’altro grande invito è quello alla scoperta: gli autori e i titoli delle opere sono scritti soltanto sulla guida (chiedetela all’ingresso dei Musei, è fondamentale). Ciò significa che – per una volta – la nostra attenzione non è catalizzata esclusivamente dal nome risonante di un artista. Può essere che veniate attratti da un quadro riempito da due uomini: uno vi guarda, l’altro è di profilo. Osservando meglio viene il dubbio che i due siano la stessa persona. Per saperne di più basta leggere il codice sotto la tela (1929.01.01) e andare a cercare la relativa didascalia sulla guida. Eccola lì: Doppio autoritratto, Giovanni Costetti. Come se ci trovassimo nel magazzino di un’azienda, e non in un museo, le opere sono state catalogate con dei numeri: il primo indica l’anno in cui l’opera è stata realizzata, gli altri due si riferiscono all’autore e al quadro o all’installazione presa in esame.
Non spaventatevi, è molto più semplice di quanto non appaia. E per di più è divertente. Potreste scoprire, ad esempio, che Mazzacurati vi piace tantissimo: non perché è un “nome”, ma perché senza saperlo sarete catturati dalle sue donne “cubiste”, dai suoi studi di figura, dalla ferocia della sua guerra rappresentata a volte con armi scomposte, altre con un caporale – nudo, pelato e pingue – intento all’amore con una signorina che vorrebbe essere ovunque tranne che lì (1945.07.15: Il conflitto). Oppure, grazie all’ombra senza volto che guarda i suoi ricordi appesi alla parete (1970.11.45: Autoritratto) potreste scoprire che in esposizione ci sono anche opere di Cesare Zavattini. E poi che bello riconoscere il ghepardo di Antonio Ligabue, vederlo proprio mentre sta facendo un balzo per raggiungere l’altra ripa (1950.30.05).
In mostra ci sono circa 150 autori, indicarveli tutti non avrebbe senso. Imprigionerebbe il piacere della curiosità sulla carta, lo costringerebbe a una bidimensionalità che proprio non gli appartiene. Usate questa mostra, scopritevi. C’è chi si affiderà alla cronologia e la navigherà in ordine dal 1929 al 2016; chi vorrà affondare in un autore piuttosto che in un altro; chi si lascerà guidare dagli occhi (quello di San Giorgio, che Silvio Cadelo dipinge nel momento in cui è accecato da una candelina di compleanno, è bellissimo)... non importa. E se sarete sconvolti da questa totale mancanza di binari, tanto meglio. Perché l’arte e la cultura non sono comode, tantomeno rassicuranti. E quando diventano guida, ecco, è lì che fanno paura. (m.r.)
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