Gazzetta di Reggio

L’ANIMA DEL LIBERTY ITALIANO

di MARTINA RICCÒ
L’ANIMA DEL LIBERTY ITALIANO

INQUIETUDINE E RICERCA DEL MODERNO LE CHIAVI PER CAPIRE GLI ARTISTI “DI CASA”

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di MARTINA RICCÒ

C apelli a l’aura sparsi, seni non ancora del tutto sbocciati, un velo di petali pronti a essere sfogliati – m’ama? – e lo sguardo lontano, rapito da aliene nostalgie. Sogni di primavera, realizzato da Gino Piccioni intorno al 1895, racchiude l’essenza del liberty. Eppure è stato esposto nel sottoscala di Palazzo Magnani, penultima sosta della mostra “Liberty in Italia. Artisti alla ricerca del moderno” prima della conclusione affidata ai manifesti.

Errore? Niente affatto. Sbadataggine? Ma per carità. Fa tutto parte di un piano: dimostrare che il liberty italiano è completamente diverso da quello che ci si potrebbe aspettare. E che la parte floreale non è che un granello nella produzione degli artisti italiani a cavallo tra la fine dell’Ottocento e i primi vent’anni del Novecento.

In Italia tutti volevano oltrepassare la soglia della modernità, ma ognuno – o quasi – su un sentiero diverso. C’erano gli artisti maturi, di provenienza storicistica e tardo ottocentesca, che si lasciavano affascinare da linee e figure sinuose e avvolgenti, e c’erano i giovani sostenitori della corrente secessionista viennese. E come dimenticare le influenze regionali, così importanti e cogenti in un Paese che è sempre stato un mosaico di culture, gusti, addirittura lingue. Erano gli stessi artisti italiani ad affermare che i segni distintivi della modernità erano nella volontà di creare senza costrizioni, staccandosi liberamente dalle convenzioni dell’arte e dell’architettura.

Visitando le sale della mostra a Palazzo Magnani (divisa nelle otto sezioni: pittura, scultura, decorazione murale, architettura, arti decorative, illustrazione, incisione e manifesti) tutto questo diventa evidente. I richiami all’arte del passato o a quella straniera restano, è vero, ma gli artisti mescolano i modelli, intrecciano gli stili, giocano con le possibilità fino a dare nuovo senso alle esperienze. Nella sua Annunciazione Giulio Bargellini dipinge, sì, l’incontro tra l’angelo e Maria, ma il messo di Dio si perde nell’intonaco ocra della parete. E la vergine, vestita di bianco e seduta su un letto a scacchi, dopo aver attirato il nostro sguardo nell’angolo di sinistra ci spinge a proseguire fino al centro del dipinto. Dove non c’è niente, se non l’attesa.

Poco oltre ritroviamo Ofelia, ma più ci avviciniamo al dipinto di Felice Carena e più il suo corpo si sfalda. Quello che da lontano ci era sembrato un classico del Liberty, è in realtà un insieme di grumi di colore che rompono i lineamenti inermi della fanciulla e la consegnano alla morte, ovvero al nulla infinito. Alla decomposizione resiste solo, definito e immobile da qualsiasi parte lo si guardi, l’anello d’oro con rubino al centro.

E che dire di quella statua – perché in altro modo non si può chiamare – che suona la lira in mezzo ad esili tronchi di betulle senza chioma? Sappiamo che è una fanciulla (Ragazza con la lira, Paolo Antonio Paschetta), ma dove sono finite le curve del suo corpo? L’abito graficamente decorato si appoggia sulle spalle spigolose, sottolineando le sue mancanze. Eppure lei, occhi chiusi per lo sforzo e capelli rosso fuoco, pensa solo a suonare. Mentre un nastro di raso bianco si inerpica verso il cielo come un serpente incantato.

Al posto di sguardi sognanti e pose sinuose troviamo donne pallide, sofferenti e infagottate tra lenzuola sudate (Ragazza malata, Raoul Dal Molin Ferenzona), e bambine-manichini che si vergognano della loro eccessiva e mascolina magrezza (Nudino, Felice Casorati).

E anche quando le fanciulle sembrano rispettare i canoni del Liberty – o meglio quello che pensavamo fosse il Liberty prima di iniziare la visita alla mostra – ecco che una bambola giapponese (Macchie di sole, Edgardo Sambo Cappelletti), un’ombra triste sotto gli occhi (Ritratto di Alba, Giovanni Guerrini), una brutale metamorfosi da pelle a corteccia (Nudo femminile, Giuseppe Amisani) ci fanno cambiare idea. Anche la bellissima e sfrontata fanciulla dagli occhi verdi raffigurata da Enrico Lionne nell’Attesa (e scelta come quadro simbolo della mostra) non è spensierata e leggera come la Belle Époque richiederebbe. Sul suo cappello a tesa larga spuntano tre fiori – dei crisantemi? – polposi e brillanti come la pelle del suo bel visino. Ma di fianco a lei c’è un cespuglio di rose sfiorenti. È quello il destino della bellezza.

L’inquietudine raggiunge l’apice nei larghi occhi a fessura di Pessima. L’amazzone dipinta da Raoul Dal Molin Ferenzona è una prostituta – ha un seno scoperto – ma ha i capelli verginali della Laura di Petrarca, indossa un’armatura di alberi e insetti e ha alle spalle un cielo d’oro (quello delle rappresentazioni dei Santi).

Sorprese e contraddizioni si rincorrono, sala dopo sala, per tutta la mostra: dalle sculture alle incisioni, dai piatti decorati ai progetti delle case d’artista, dalle illustrazioni per libri ai manifesti. È una calata negli abissi, intesi come fucina da cui tutto ha origine, un’abluzione dai preconcetti, una rivendicazione di libertà da parte di artisti che non vogliono farsi imprigionare tra stilemi dettati da altri. Perché niente è più moderno della ricerca della modernità.

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