Gazzetta di Reggio

Il nuovo Pescatore tra Medioevo e “aqua d’òrsz”

Il calendario-lunario dei reggiani compie 171 anni e “festeggia” ricostruendo la storia della città

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REGGIO EMILIA. Chi ogni giorno è alle prese con i problemi e le difficoltà del nostro tempo può trovare ristoro e ritemprare le forze immergendosi per qualche ora nel mare della storia, le cui tempeste non ci turbano perché (Pirandello insegna) non possono discostarsi dall’esito già vissuto. Nelle lunghe serate di dicembre questa salutare evasione è consentita dalla lettura del Pescatore Reggiano, l’almanacco d’impronta religiosa che da più d’un secolo e mezzo accompagna i reggiani verso l’anno nuovo rievocando le gesta, le opere e le idee dei loro progenitori.

Il tradizionale “calendario storico astronomico agricolo” è giunto al 171esimo anno di pubblicazione grazie all’editore Gianni Bizzocchi. L’edizione 2017 mantiene la sua inconfondibile fisionomia. Si apre enunciando sommarie previsioni meteorologiche ed elencando, giorno per giorno, i santi del Paradiso cattolico. Segue una ventina di articoli e brevi saggi storici inframmezzati da poesie in dialetto e in italiano. Infine compaiono le biografie del papa, del vescovo in carica nella diocesi di Reggio e Guastalla, e dei suoi due emeriti predecessori. Manca, come nell’edizione 2016, l’abituale elenco dei sacerdoti e dei diaconi, che la curia vescovile pubblica ora di sua iniziativa.

Il primo articolo, firmato da Marina Incerti, è una digressione astronomico-astrologica sul tema della luna. Giuseppe Adriano Rossi evidenzia poi la prudenza patriottica dimostrata dal vescovo Eduardo Brettoni durante la seconda guerra mondiale attraverso il bollettino pastorale pubblicato fra il 1939 e il 1942. Allo stesso periodo bellico si riferisce Gabriele Spaggiari con i diari degli studenti del Seminario maggiore di Albinea. Luigi Pecchini rievoca con i “rintocchi della campana” la devozione dei contadini dell’800. Glauco Bertolini risolleva lo spirito ricordando “aneddoti e facezie della Reggio che fu”.

Spetta a Gabriele Fabbrici riportarci alla suggestione dell’età di mezzo con la prima parte di una ricerca sulla nascita della dinastia dei Gonzaga, che nel Trecento misero le mani su Reggio grazie all’abilità e alla spregiudicatezza di Feltrino, che seppe giocare fra le rivalità delle potenti famiglie Manfredi, Da Fogliano e Canossa. Una lettura piacevolissima la propone Luigi Rigazzi: la famiglia di sua moglie ha tenuto aperto fino al 1980 il chiosco di piazza Prampolini (piàsa granda) in cui si mesceva l’aqua d’òrsz, che da secoli dissetava i reggiani nella serate estive. L’autore ne racconta la storia iniziata, a quanto pare, nel Quattrocento con l’importazione dalla Toscana dell’ingrediente basilare, la liquirizia. Inoltre chiarisce che il nome dialettale ha che fare non con l’orzo, ma con l’orcio: la brocca di terracotta usata un tempo per tenere al fresco la squisita e salutare bibita.

Rimane nell’ambito dell’antica gastronomia Giuliano Bagnoli, che descrive la lavorazione contadina del latte della vacca rossa per produrre la formaggetta e la ricotta (puìna). All’arte sacra sono dedicate le ricerche di Gian Andrea Ferrari sulla pala di Santa Monica nella chiesa di San Lorenzo in Sant’Agostino e di Sandro Ferrari sulle decorazioni di Cirillo Manicardi in San Nicolò. Non sono di minore interesse i contributi di Luigi Pecchini sull’Enza, Sergio Gabbi sui profumi, Vernia Gigi sulla geologia del nostro Appennino, Paolo Luosi sull’ultima acetaia del centro storico, Valledo Bolondi su Cavazzoli e Giacomo Borgatti sulle chiese di Carpineti. Grazie alle traduzioni, poi, anche i “nuovi reggiani” possono gustare le poesie dialettali. (l.s.)

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