La Resistenza negli artisti di Guastalla
Nel libro-catalogo "Arte e memoria" pittori e scultori raccontano la libertà
GUASTALLA. Case di latitanza, fucilazioni, staffette in bicicletta, retate, abitazioni incendiate. E tanta, tanta sofferenza. È questo il racconto della libertà fatto dai pittori e dagli artisti di Guastalla. Ognuno con il proprio stile, narrativo o espressionistico; ma tutti con un unico desiderio: non dimenticare la Resistenza. E ora, grazie al libro “Arte e memoria” (che sarà presentato domani alle 15.30 nella sala dell’antico portico di Palazzo Ducale durante la festa dell’Anpi locale) la memoria artistica del paese non corre più il rischio di sgretolarsi. Al fianco delle opere (fotografate in giro per la provincia da Fausto Franzosi), si trovano le storie e le letture critiche di Stefano Storchi (architetto e presidente della sezione Anpi di Guastalla) e Tiziano Soresina (giornalista della Gazzetta di Reggio e grande conoscitore del movimento naïf).
Com’è nata l’idea di “Arte e memoria”?
«Nel 2015 – spiegano gli autori – in occasione del 70esimo anniversario della Liberazione, l’Anpi di Guastalla ha organizzato una mostra con le opere guastallesi sulla Resistenza. L’obiettivo era raccontare quegli anni terribili attraverso le immagini. Dopo la mostra abbiamo deciso di produrre qualcosa che rimanesse, ordinando tutto quello che eravamo riusciti a trovare durante la nostra ricerca».
È stato difficile?
«Sfogliando il libro non si direbbe, ma è stato complesso: prima abbiamo dovuto cercare i dipinti e le sculture, poi li abbiamo analizzati anche dal punto di vista artistico, e dato che non siamo critici d’arte abbiamo fatto altre ricerche sui libri. In ultimo abbiamo intervistato gli artisti ancora in vita, soprattutto i naïfs, raccogliendo le loro testimonianze nelle schede in fondo al catalogo».
Quante opere avete raccolto?
«Circa una trentina. Le prime sono state realizzate negli anni Cinquanta, le ultime nel 2016. Durante la nostra intervista il naïf Brenno Benatti ha raccontato che alcuni suoi parenti di Reggiolo avevano ospitato dei partigiani durante la Resistenza e che un giorno, avendo trovato un fascista morto davanti a casa, lo avevano portato dentro, nascondendo il corpo per paura di una rappresaglia. Finita la chiachierata, si è messo a dipingere: così sono nate “L’ora di pranzo nella casa di latitanza” e “All’alba”».
Da una parte i naïfs, dall’altra i pittori di scuola. Il tema della Resistenza è trattato in modo diverso?
«I naïfs hanno un approccio narrativo e usano colori vivaci per descrivere l’atrocità della guerra. Gli altri rielaborano l’esperienza con stili più espressivi. Prendiamo Mario Pavesi: nella scultura “Vedere l’erba dalla parte delle radici” (2003) mostra il travaglio spirituale di una persona che, dopo essersi schierato con il fascismo, diventa esponente di spicco della Resistenza».
Ne scaturisce un’epica? O gli artisti guastallesi mantengono uno sguardo critico?
«Nessuno ha un atteggiamento propriamente celebrativo, fatta eccezione per Ugo Celada (che non era guastallese ma di Cerese di Virgilio) che negli anni ’50 ha dipinto tre partigiani a mo’ di icona, con le montagne sullo sfondo. Gli altri hanno registrato la sofferenza di quegli anni. Ci sono addirittura autori guastallesi che hanno combattuto tra i partigiani ma non hanno mai rappresentato nelle loro opere quella esperienza. Fernando Moscardini, ad esempio, membro della 77ª Brigata Partigiana Sap, in memoria di quegli anni ha lasciato solo un autoritratto».
Una sorta di monito a non commettere più gli stessi errori...
«E a dare valore alla libertà e alla democrazia, le cose più importanti e preziose che abbiamo».
Non lasciare decidere l'algoritmo:
scegli Gazzetta di Reggio per le tue notizie su Google
