Il Mamimò incanta con il “Coriolano” dei giorni nostri
REGGIO EMILIA. Un’ambientazione fredda ma consona ad ospitare il Coriolano di Marco Maccieri. Mai come in questo caso, attribuire un’opera ad un interprete, e non all’autore, è azzeccato. Non per...
REGGIO EMILIA. Un’ambientazione fredda ma consona ad ospitare il Coriolano di Marco Maccieri. Mai come in questo caso, attribuire un’opera ad un interprete, e non all’autore, è azzeccato.
Non per mancanza di rispetto verso Shakespeare, ma per esaltare la prova magnifica dell’attore del Mamimò in scena alla Cavallerizza fino a mercoledì (ore 20.30). Maccieri, già da quando entra per darsi in pasto al popolo romano, avanzando su quella pedana bianca simile a un ring o a un altare sacrificale, esprime il carattere del protagonista del dramma storico. Un aggettivo, questo, vero solo per le generalità del protagonista, perché quanto racchiuso nel testo può essere esteso a tutte le epoche, compresa la nostra. In scena, infatti, ci sono personaggi conformi ai diktat del web e che pensano esclusivamente a far aumentare i consensi, esprimendosi su tutto, senza avere consapevolezza di niente. L’impronta registica di Marco Plini va in questa direzione, ponendo Coriolano fuori dalla storia ma dentro a ciascuno di noi come lacerante interrogativo. E ogni volta che si presenta davanti al popolo romano – che è il pubblico – istruito dai tribuni della plebe, raffinati mistificatori (splendidi nel ruolo Giusto Cucchiarini e Cecilia Di Donato), si oppone come un muro: per lui, intransigente e orgoglioso, ciò costituisce un oltraggio inconcepibile. Cos’è la guerra rispetto a dover sopportare le banalità che escono dalla bocca di una massa informe? Nulla. Così Coriolano afferma che i plebei non meritano il grano, perché non hanno servito l’esercito. L’eroe di Maccieri con la sua espressività travolgente rientra in un teatro del vero, dove tutti si sistemano come pedine di una scacchiera, a partire Menenio Agrippa – l’alter ego del protagonista interpretato da Luca Cattani che con suadente dolcezza porge il celebre apologo dello stomaco – per finire alla madre Volumnia, una fascinosa Valeria Perdonò, l’unica a dare scacco matto all’eroe riportando il figlio ad una dimensione umana. Davvero encomiabile come Plini dia consistenza al popolo romano, cioè il pubblico: un ruolo in cui gli spettatori hanno creduto fino in fondo, tanto è vero che ad un certo punto, dovendo dire esilio o morte una voce ha esclamato: referendum… (g.b.)
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