Benvenuti è Arpagone nell’Avaro di Ugo Chiti
La commedia di Molière si fa più amara con le “ombre” e le paure moderne Il regista: «Emergono considerazioni che rimandano al contemporaneo»
REGGIO EMILIA. Ritorna un grande classico firmato Molière: l’Avaro, una delle grandi commedie che nella sua comicità è anche amara e, per questo, così moderna.
È di scena al teatro Ariosto questa sera e domani (ore 20.30). Scritta nel 1668, non ebbe un grandioso successo al suo apparire, ma oggi c’è chi la considera la migliore delle commedie di Molière. Protagonista della pièce è Arpagone, personaggio guidato solo dall’attaccamento al denaro. Egli conduce le proprie giornate sperando di trasformare in affari tutto ciò che lo circonda, scegliendo cosa fare solo in funzione dei vantaggi economici. La catena di eventi originata dalla sua avarizia diventa per Molière uno strumento per trasformare il protagonista nello specchio grottesco di un mondo, e costruire il tagliente affresco di una società in cui il mercantilismo andava affermandosi con sempre maggior forza.
Tra le storiche interpretazioni di Arpagone (anche al cinema) vanno ricordati Alberto Sordi, Peppino de Filippo, Ugo Tognazzi; al Valli si ricorda in passato una stupenda performance di Paolo Stoppa. In questa occasione è Alessandro Benvenuti che si muove su una scena sghemba e fatta di cubi modulari a ricordare la famigerata cassetta del suo tesoro. L’Arpagone di Benvenuti non è una semplice macchietta, così come l’avarizia non è un semplice difetto di cui ridere, ma qualcosa di profondamente serio e drammatico perché essa genera altri mali: l’usura, lo sfruttamento del lavoro altrui, lo sfruttamento della donna che viene utilizzata senza scrupoli per matrimoni di convenienza e considerata merce di scambio. Regista e ideatore dello spazio è Ugo Chiti, che ha pensato ad un effetto timbrico dominante basato sul colore nero con un corredo sonoro fatto di tuoni, fulmini, pioggia. «Arpagone resta personaggio centrale assoluto – spiega Chiti – mantenendo quelle caratteristiche che da sempre hanno determinato la sua fortuna teatrale. Si accentuano alcune implicazioni psicologiche, si allungano ombre paranoiche, emergono paure e considerazioni che sono anche rimandi al contemporaneo». Chiti innesta le vicende dei grandi classici nel linguaggio forte, crudo e a volte comicissimo che gli è proprio. E anche nel caso di questo Avaro, anche grazie all’apporto di Benvenuti, pur seguendo con grandissimo rispetto la vicenda, i tempi e la lettera del grande classico, il testo della riscrittura si plasma e si radica nel corpo degli attori della compagnia dell’Arca Azzurra Teatro che del lavoro con il loro dramaturg fanno ancora la principale e la più intensa delle loro esperienze.
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