Gazzetta di Reggio

Incisioni rupestri a Vetto Scoperta sul monte Luiseto

di Luciano Salsi
Incisioni rupestri a Vetto Scoperta sul monte Luiseto

I segni preistorici sono stati trovati su un masso circondato da folta vegetazione C’è anche una croce che potrebbe essere stata aggiunta per “purificare” il luogo

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VETTO. Non sono paragonabili alle celeberrime incisioni rupestri della val Camonica. Tuttavia anche i misteriosi segni tracciati su un grande masso affiorante tra la folta vegetazione della val Tassaro attirano l’attenzione degli studiosi della preistoria, e accendono la fantasia e l’orgoglio di chi ama il nostro Appennino, facendo presagire la valorizzazione di una nuova attrattiva turistica, forse un vero e proprio parco archeologico.

Spetta agli appassionati della sezione reggiana del Club Alpino Italiano il merito di avere scoperto nella primavera scorsa queste tracce lasciate dai nostri lontani progenitori nel comune di Vetto nell’area del monte Lulseto, un’altura che fiancheggia un affluente del torrenteTassobbio, il rio Tassaro noto per una suggestiva cascata. L’architetto Giuliano Cervi, membro del Comitato scientifico centrale del Cai, oggi alle 16 ai Musei civici, in occasione degli appuntamenti del Tè delle Muse, presenterà il primo accurato rilievo tridimensionale della “Pietra del Lulseto” compiuto dai tecnici dell’università di Bologna.

La pietra era parzialmente coperta da un manto di muschi, rimosso il quale si sono mostrate in tutta la loro estensione le incisioni composte di numerose coppelle connesse a piccole canalette, vaschette di pietra e strane figure quadrangolari. Durante l’estate, il sito è stato visitato dall’archeologo James Tirabassi e da Adolfo Zavaroni, lo studioso dell’etrusco e delle altre lingue italiche, al quale si deve l’analisi di antiche raffigurazioni e iscrizioni fra l’Appennino modenese e reggiano e la Lunigiana. Con tutte le cautele del caso, si ipotizza che quello fosse un luogo di culto. Le sette profonde solcature che attraversano il macigno dall’alto verso il basso fanno pensare che vi venisse fatta scorrere dell’acqua a scopo divinatorio. Anche le coppelle sferoidali potrebbero avere avuto una funzione mantica, mentre i segni quadrangolari sembrano stilizzazioni di capanne. Certamente le incisioni assomigliano a quelle che sono state rinvenute dalla fine dell’Ottocento sulle Alpi su un grande numero di massi. Gli studiosi lombardi e piemontesi che le hanno documentate, le fanno risalire a un arco temporale assai vasto, compreso fra il paleolitico superiore e la tarda romanità. Sulla pietra della val Tassaro si distinguono i solchi superficiali, probabilmente più antichi, da quelli marcati, che risalirebbero ad epoche meno remote. C’è perfino una croce, che qualcuno interpreta come una sovrapposizione cristiana, una sorta di damnatio memoriae delle precedenti pratiche pagane. Purtroppo una datazione con il carbonio 14 non è possibile, non trattandosi di reperti di origine organica.

Cervi segnala che il luogo si distingue per un’altra eccezionale peculiarità: «È interamente circondato da un bosco sempreverde dominato dalla erica arborea, specie vegetale tipica del clima mediterraneo, che invece sulla vetta di questo monte trova inaspettatamente ottimali condizioni di sopravvivenza, creando anche in pieno inverno l’immagine di un bosco vivo e rigoglioso, mentre tutt’attorno si stagliano i rami nudi delle piante caducifoglie. A breve distanza si trova un’antica sorgente. Il sito, quindi, presenta tutte le caratteristiche dei luoghi di venerazione preistorica».

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