Gazzetta di Reggio

la recensione

La classe di Moore e Hayward incanta il Tunnel

La classe di Moore e Hayward incanta il Tunnel

Un’ora di percussioni e chitarra elettrica in compagnia dei due maestri del noise rock

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REGGIO EMILIA. Un’ora di muscolare, ininterrotta eleganza. C’era enorme curiosità sul concerto di Thurston Moore e Charles Hayward andato in scena sabato al circolo Tunnel di via del Chionso. Curiosità perché l’unione di due leggende vere – il fondatore dei Sonic Youth, Moore, e uno dei grandi batteristi new wave, Hayward – non poteva che generare fascino; ma l’assenza di precedenti (i due hanno suonato assieme in una manciata di date live) lasciava una patina di mistero.

La passione per il rock aveva già vinto in partenza, vista la risposta, con parecchie centinaia di persone strette le une alle altre davanti al palco del Tunnel. E il concerto ha squarciato ogni nube. Niente brani dei Sonic Youth né dei This Heat, questo no. Ma neppure sperimentazioni troppo spigolose o complesse per essere affrontate. Piuttosto, una dimostrazione di classe di due campioni.

Niente voci, solo percussioni e chitarra elettrica, per una lunga cavalcata di quasi un’ora senza pause, segnata da decine di cambi di registro. Gli occhi di tutti erano inevitabilmente puntati su Moore, con la sua vecchia chitarra ormai scorticata a produrre di tutto, con violente grattugiate elettriche figlie degli anni ’80 unite ad arpeggi e a qualche riff più rock, omaggio al periodo in cui i Sonic Youyh ricordarono al mondo di saper pure scrivere canzoni. Il grande mattatore però si chiama Charles Hayward, quasi mezzo secolo dietro ai tamburi, dal prog al post punk all’oggi. A 65 anni compiuti ha suonato per un’ora filata, picchiando con forza e mostrando un’impressionante capacità di gestire le scansioni.

Sia che si trattasse di momenti “tribali” o sperimentali. Sia nei rari momenti rock, con la batteria in quattro quarti ad accompagnare le elettriche divagazioni di Moore. Come cioccolatino finale, tre brevi bis, bozzetti in cui il chitarrista si è dedicato anche ad uno dei vecchi numeri più noti, ottenendo distorsioni da una bacchetta di batteria piantata fra le corde della chitarra. (adr.ar)

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