Gazzetta di Reggio

la recensione

Una vita tra guerra e conflitto interiore

Una vita tra guerra e conflitto interiore

Flashback e ricostruzione storica per raccontare il dolore umano

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La guerra civile ha travolto l’Italia della Resistenza e chi l’ha vissuta. La stessa che esplode dentro il protagonista del romanzo di Alessandro Carlini,”Partigiano in camicia nera. La storia vera di Uber Pulga” (ed. Chiarelettere). Il conflitto interiore è tanto intenso e dilaniante che la vicenda di quest’uomo non può che concludersi con la sua morte. È prigioniero di un’epoca, una vittima del suo tempo. Sin dall’inizio l’autore utilizza l’espediente del flashback: la vicenda comincia dalla confessione che Uber fa la notte prima di essere fucilato a don Augusto Sani. Il cappellano militare lo sostiene sino ad arrivare al plotone di esecuzione, sino all’estrema unzione. Dopo i tragici fatti dell’8 settembre 1943 Uber si trova in Germania, dove viene selezionato dalle SS per essere infiltrato tra i partigiani di Reggiolo. Oltre a essere un abile armiere, a Heuberg si sottopone a un addestramento speciale per muoversi come una spia. Uber conosce il dialetto reggiano che per i nazisti è incomprensibile. Gli attribuiscono addirittura un’identità fittizia: un tedesco altoatesino che diserta dall’esercito del Reich e si presenta una sera a casa di una famiglia contadina. Bussa alla porta e chiede un riparo. Finge di biascicare l’italiano, in modo che gli altri parlino tra loro senza timori. Il contadino lo presenta a Dante Freddi, nome di battaglia “Noli”, uno dei capi partigiani della zona. Non fidandosi, lo tengono isolato un paio di mesi sino a quando non giunge il momento: un assalto al presidio repubblichino di Santa Vittoria, vicino a Gualtieri. Uber non può attaccare i suoi, così manomette il lanciarazzi che gli affidano, un Panzerchreck sottratto ai tedeschi. Il 28 dicembre ’44 leva l’esplosivo dai proiettili e l’attacco va a monte, rendendoli inerti di fronte al nemico che li incalza. I partigiani si dividono: Uber segue Egidio Baraldi, detto “Walter”, che ha guidato l’operazione. Si nasconde insieme a lui e a pochi altri in una casa. Il giorno dopo arrivano i militi fascisti imponendo un’ispezione: nella fuga Uber finge di essere stato colpito da un proiettile e stramazza al suolo. Gli altri provano a soccorrerlo, ma sembra morto e lo lasciano a terra. Si allontanano verso un fosso da dove, però, possono continuare a seguire la scena. Uber si alza e consegna un foglio che lo identifica, tanto che i soldati fascisti gli fanno il saluto militare. I partigiani nascosti alle sue spalle allora capiscono il tradimento, ma è troppo tardi. Uber e i repubblichini tornano al fienile di fianco alla casa dov’è rimasto Arvedo Simonazzi, detto “Marco”, lo torturano per farlo parlare e lo uccidono seduta stante. In quel frangente Uber reprime quello che a lungo ha ascoltato intorno a lui. I partigiani si riempiono la bocca di “democrazia” e degli ideali che avrebbero cambiato il Paese. Ideali che, poco alla volta, lo renderanno un altro uomo.(m.b.)

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