Gazzetta di Reggio

Cristiano Burani, ecco il reggiano che veste il mondo

di Cristina Fabbri
Cristiano Burani, ecco il reggiano che veste il mondo

È uno dei pochi occidentali ad aver sfilato a Dubai: «I miei capi sono richiesti anche dalle donne arabe»

4 MINUTI DI LETTURA





REGGIO EMILIA. Sempre più stilisti italiani guardano al mondo arabo e asiatico. È il caso anche del reggiano Cristiano Burani che a marzo e a ottobre dello scorso anno è stato tra i pochi brand italiani a partecipare all’Arab Fashion Week di Dubai e ha già in cantiere importanti progetti fuori dall’occidente.

Da quanto tempo guarda al mondo arabo?

«Il mercato arabo è da sempre un ottimo bacino di utenza per la nostra collezione, con clienti a Dubai, Jedda, Riyadh, Doha, Kuwait City. Ma anche in Libano, in Giordania, in Tunisia e Marocco».

Come mai questa scelta?

«Diciamo che è stata una scelta di riflesso, in quanto sono stati questi Paesi a manifestare un forte interesse e a richiedere la collezione. Questo perché per loro il made in Italy rappresenta un plus importantissimo e cercano capi speciali e non inflazionati».

Crea capsule collection apposta per le donne arabe?

«Per mantenere la forte identità che contraddistingue il nostro marchio, che è di partenza italiano ma che veste le donne di ogni latitudine, non facciamo delle collezioni ad hoc per i paesi arabi. Però, essendo il nostro un prodotto semi industriale, siamo in grado di proporre le modifiche richieste da questi Paesi, come abiti lunghissimi (120 centimetri dalla vita) e con le maniche lunghe».

A Dubai ha sfilato la collezione primavera-estate 2017. In particolare su cosa punta?

«È improntata sul concetto della leggerezza, con tessuti jacquard e fil coupé haute couture a base impalpabile di organza di seta e stampe esclusive su voile di cotone elasticizzato e su chiffon. Ricami a mano su reti e ciniglia».

Come concilia le tendenze moda con le esigenze delle donne arabe, che devono essere velate o vestire con abiti non aderenti?

«Quando le donne arabe sono in pubblico devono essere velate e coperte. In privato invece hanno un numero incredibile di eventi: un matrimonio può durare anche una settimana e richiede dai sette ai 14 cambi d’abito, così come qualsiasi party privato. In queste occasioni le donne sono prive di velo e vogliono ostentare la loro bellezza».

Tornerà alla prossima Arab Fashion Week?

«Non so se dopo aver partecipato a due edizioni tornerò a sfilare a Dubai. È stata una esperienza molto interessante ma il 2017 è pieno di eventi e stiamo confermando, fra gli altri, un trunk show all’ambasciata italiana a Jeddah dove potrò avere un rapporto diretto con buyers e clienti, e raccontare la collezione».

Però è stato uno dei pochi stilisti italiani a partecipare fino ad oggi alla Settimana della moda araba. Come mai secondo lei?

«Sono stato invitato dalla Camera nazionale della moda italiana, che è l’unico organo in Italia a fare qualcosa di concreto per i designers emergenti, facendoli conoscere e promuovendo il prodotto in mercati stranieri molto ricettivi. Il presidente onorario di Arab Fashion Council è il cavalier Boselli, che è stato per anni presidente della Camera della moda. Inoltre credo moltissimo nella internazionalizzazione del mio prodotto: l’anno scorso abbiamo portato la collezione oltre che a Dubai, a Shanghai».

Il made in Italy, insomma, è richiesto nonostante occidente e oriente fatichino a dialogare?

«Assolutamente sì. Le donne arabe, ad esempio, cercano collezioni speciali fatte con creatività, unicità e qualità e per questo sono disposte a pagare molto. Invece non cercano le griffe che hanno uniformato il prodotto».

E per quel che riguarda l’Asia?

«È in grande fermento da anni. I nuovi ricchi hanno in media meno di 40 anni con necessità molto diverse dal mercato europeo e mediorientale. Per creare collezioni globali come la mia, bisogna conoscere queste esigenze (a Singapore a Natale ci sono 35 gradi) e mettere continuamente in discussione le nostre convinzioni. Quello che ci sembra attuale ora, quando arriva nei negozi è già vecchio quindi bisogna puntare su originalità, riconoscibilità e qualità dei prodotti».

Un melting pot che vediamo anche sulle sue passerelle...

«Da sempre i nostri casting sono multietnici. La mia moda è globale perciò voglio dimostrare che i miei capi possono essere indossati da ogni donna. Poi trovo bellissimo avere in passerella un melting pot, come è di fatto la nostra società oggi».

Ha clienti straniere famose?

«Ho vestito Rachel Mc Adams, Halle Berry, Madonna, Gwen Stefani, Ariana Grande agli EMA di Glasgow, Zendaia, Kate Hudson per il calendario Campari, Dita Von Teese, Marion Cotillard, fra le altre. Tutte celebrities internazionali che influenzano molto il mondo arabo».

Qual è la prossima sfilata in programma?

«Sarò presente a Milano Fashion Week, il 22 febbraio».

Altri progetti in cantiere?

«Potenziare il mio brand attraverso una linea di accessori e una di denim; ma anche collaborare mettendo la mia creatività come consulente al servizio di grosse aziende ben strutturate dal punto di vista commerciale e distributivi, ma che stanno soffrendo per mancanza di rinnovamento sul prodotto».

Non lasciare decidere l'algoritmo:

scegli Gazzetta di Reggio per le tue notizie su Google