“Filumena Marturano” La D’Abbraccio incanta il teatro Ariosto
REGGIO EMILIA. Al termine della commedia, con un sorriso grande grande e carico d’affetto, Mariangela D’Abbraccio ha ricevuto i non pochi spettatori arrivati nel suo camerino del teatro Ariosto per...
REGGIO EMILIA. Al termine della commedia, con un sorriso grande grande e carico d’affetto, Mariangela D’Abbraccio ha ricevuto i non pochi spettatori arrivati nel suo camerino del teatro Ariosto per ringraziarla della sua superba interpretazione di “Filumena Marturano”.
Soddisfatta, mentre la cagnetta dal significativo nome di Titina scodinzolava da tutte le parti, ha risposto, ancora molto emozionata: «Sì, è stata una serata speciale: ho sentito il calore del pubblico fin dall’inizio e poi al termine l’entusiasmo è straripato in un applauso calorosissimo. Ma devo dire che ovunque il pubblico si scatena per questo capolavoro di Eduardo, forse perché l’applauso, in questo caso, racchiude una funzione liberatoria...». Sicuramente è stato così, perché lo spettacolo – ben congeniato dalla regista Liliana Cavani – scorre tutto in modo impeccabile dall’inizio alla fine, senza intervallo e con alcuni rapidi cambi di scena; in ogni caso le oltre due ore passano velocemente, fagocitate da un ritmo serrato che disegna il passo di una trama tutta incentrata sulla figura della protagonista, pur incastonata in una solida dimensione corale. La D’Abbraccio confeziona per il suo personaggio una recitazione estremamente variegata nei toni, accentuata da una gestualità ricca, energica, che esibisce una decisa scansione del suo bellissimo napoletano, per meglio sottolineare la variabilità del fraseggio, il peso di certi accenti, come se dovesse affrontare una partitura musicale. Elementi necessari a sottolineare la statura del suo personaggio, quello di una donna che, senza mai piangere, non solo ha il coraggio di ribellarsi a una condizione di sottomissione nei confronti dell’uomo, ma deve necessariamente ingannare l’amante Domenico Soriano, perché la miseria non sminuisca la dignità, il senso profondo della famiglia e del dovere nei confronti dei figli.
La D’Abbraccio appare come devota a questo ruolo, e desidera che il messaggio arrivi inequivocabile. Quando dice: «Io sono: Filumena Marutano» scuote tutti noi seduti in platea, catturati da un’irrimediabile sofferenza alla quale lei stessa risponde con apparente freddezza. E qui viene sottolineato il gioco estremo e paradossale voluto da Eduardo per il quale, a volte, ci troviamo anche a ridere.
Momento clou, lo splendido monologo davanti all’avvocato in cui ripercorre le tappe della propria vita di miseria, la decisione di prostituirsi, la maternità nascosta, i sacrifici per far crescere i figli, fino all’imbroglio ai danni di Soriano un Geppy Gleijeses visibilmente introverso, inquieto. Significativo, a proposito di ritmo, il lento sciogliersi della protagonista, nel segno della dolcezza, mentre lo stesso Domenico alla fine della commedia riconosce Filumena come legittima moglie e tutti e tre i figli come suoi («E figlie so’ ffiglie... E so’ tutte eguale... Hai ragione, Filume’, hai ragione tu!»). E così il pianto della sua Filumena, adagiata quasi sfinita sulla poltrona e senza più parlare, si trasforma in pura poesia.
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