Denzel Washington non delude
L’Oscar va a Viola Davis che domina la scena fino alla fine del film
BARRIERE (Fences) di e con Denzel Washington, Viola Davis, Stephen Henderson, Jovan Adepo. Usa 2016. Giudizio: **(*)
“Barriere” del premio Pulitzer August Wilson ha traslocato, con la compagnia di interpreti, guidati dal superbo Denzel Washington, dal palcoscenico di Broadway, dove ha furoreggiato, al set cinematografico, ottenendo varie nomination agli Oscar, e vincendo con l’eccezionale Viola Davis.
A Pittsburgh negli anni ’50, un netturbino, Troy (Washington), promette alla moglie, Rose (Davis), di costruire una staccionata a difesa del suo orto, nel retro della casa. A difesa del suo nucleo domestico, e con più estensiva metafora, per tenere fuori ogni forma di intolleranza razziale e sociale. Ma non servono barriere fisiche per tenere a freno il rancore e la rabbia di Troy che si ritiene un fuoriclasse del baseball scartato dalla Major League per il colore della pelle. “Non erano tempi”, gli viene ripetuto dalla moglie che non vorrebbe proibisse al figlio adolescente di praticare quello sport. Ma il padre vuol evitargli le sue delusioni. In possesso di una logica rigidamente centrata su separatezza e sopravvivenza, scambiate per responsabilità, crea le condizioni per una drammatica lacerazione familiare.
La pièce ruota attorno a questo marito e padre che riempie gli spazi domestici con la sua figura imponente, con la vocazione ad affabulare senza sosta, scherzosamente, con la moglie e il compagno di lavoro con cui ha diviso anche la cella (quindici anni per omicidio nel corso di un borseggio dovuto alla miseria). E pari ossessione rivela nelle sentenze che ripete al figlio jazzista, avuto da giovane, e al ragazzo di Rose, sulla necessità di pensare a un’occupazione sicura. In questi frangenti, è ancora la corporeità, minacciosa, che ne supporta le parole. Da diciotto anni sposato con la leale consorte, si lascia alfine sedurre da una donna conosciuta al bar che resta incinta. E adesso deve confessarlo a Rose.
Ed è Viola Davis a prendere in mano il testimone del film e a dominare la scena sino alla fine. In precedenza tenuta in disparte, ma il regista opportunamente ha cercato sul suo volto i riflessi alle parole del marito, ora monologa con pathos irresistibile. Se il film è troppo bloccato dai dialoghi, tra cortile e cucina, permette però di rifulgere allo straripante Washington, alla sensibilissima Davis, e agli altri interpreti. (a.c.)
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