«Senza la volontà di stupirsi vince il conflitto tra le fedi»
Intervista a Daniele Castellari, autore del progetto “La bellezza delle religioni”. Islam, cristianesimo ed ebraismo sul palcoscenico del Piccolo Teatro in Piazza di Sant'Ilario d'Enza
SANT’ILARIO D’ENZA. Le grandi religioni monoteiste sono state nella storia, e lo sono ancora oggi, al centro di un dibattito che vede la cronaca più tragica fare affiorare il sospetto che esse facciano scaturire la violenza più che la pace. Può essere utile interrogare la voce di alcuni testimoni di ebraismo, cristianesimo sulla bellezza del credere?
C’è chi in questa sfida ha voluto credere. Portando in scena, al Piccolo Teatro in Piazza di Sant’Ilario d’Enza, “La bellezza nelle religioni”, tre incontri (il primo andato in scena l'11 marzo) fortemente voluti anche dall’amministrazione comunale di Sant’Ilario, dove spiritualità e teatro si metteranno in dialogo in tre brevi spettacoli originali curati da Daniele Castellari (Teatro L’Attesa) e Piergiorgio Gallicani (Teatro delle Briciole) seguiti da altrettante conversazioni del teologo e scrittore Brunetto Salvarani con Shahrzad Houshmand Zadeh, Paolo Naso (22 marzo) docente dell’università La Sapienza di Roma, esponente della Chiesa Valdese e consulente del Ministero degli Interni; e Stefano Levi della Torre (29 marzo) architetto docente al Politecnico di Milano, scrittore, pittore e grande conoscitore del Talmud. Ne abbiamo parlato con il regista Daniele Castellari, direttore artistico del Teatro L’Attesa.
Non è provocatorio parlare della bellezza del credere in un'epoca nella quale le religioni vengono sempre più tirate in ballo come strumento di conflitto, odio e violenza?
«Lo è. Si tratta però di una provocazione obbligata, non tanto di un artificio. Oggi, dopo avere abbandonato o distrutto consistenze e fondamenti di tipo religioso o ideologico, la faticosa ricerca di un linguaggio comune, se non addirittura di un’etica del dialogo civile, potrebbe trovare un’opportunità interessante nell’educazione al riconoscimento della bellezza, alla gratitudine per la bellezza, al rispetto per chi la persegue. Da qualunque tradizione provenga. Le fedi, da questo punto di vista, potrebbero rivelarsi l’esatto contrario di ciò che una vulgata odierna tende a far credere, ed essere invece occasione di stima e compiacimento reciproco».
C'era una volta l'Illuminismo e alla sua base il rifiuto di ogni religione rivelata e in particolare del Cristianesimo, ritenuto origine degli errori e della superstizione. La storia è andata in un altro senso. Da un lato i fondamentalismi, dall'altro una concezione della religione come retaggio superato. Quasi che la spiritualità fosse un accessorio. Come se ne esce?
«Non sono così competente da suggerire vie d’uscita. Noto che la liquidità nella quale siamo immersi – per dirla con Bauman – in certi casi provoca più irrigidimento che fluidità: estremismi e radicalizzazioni del pensiero, difesa ad oltranza e arroccamenti dogmatici su valori per nulla degni di dogma, un pensiero laico che aspira ad un’aura religiosa. C’è poca volontà di stupirsi, che poi è l’atto fondamentale per continuare a cercare e mettersi in dialogo con altri. Suggerirei di educare allo stupore, ma sono chiaramente fantasie da letterato: me ne rendo conto».
Si parla tanto di dialogo interreligioso. Ma è possibile un dialogo aperto tra religioni che, al netto dei fondamentalismi, sembrano ancora ben salde sui propri dogmi (l'islamismo e l'ebraismo) e una religione sempre più secolarizzata (il cristianesimo)?
«È possibile, a patto di non confondere il dialogo con la dialettica e di non considerare il dialogo uno strumento finalizzato ad obiettivi precisi e già definiti. Si dialoga per conoscersi, per curiosità, per imparare. Gli accordi, le transazioni, le diplomazie vengono dopo e sono atti politici, mentre l’ascolto reciproco, la relazione, il chiarimento dei dubbi, l’apprendimento culturale, l’amicizia o perlomeno il rispetto, appartengono alla dimensione antropologica e spirituale di ogni uomo. Da qui potremmo ripartire».
Lei ha a che fare quotidianamente con i ragazzi, per professione e per vocazione. C'è una cifra comune che ci indichi quale sia il loro rapporto con la spiritualità?
«Non esiste una cifra comune, sebbene a noi per comodità piaccia affidarci a categorie sociologiche legate a un’inevitabile semplificazione generazionale. Diciamo che molti accantonano ben presto nel privato di cerchie di amici fidati l’espressione del loro sentire e del loro credere; è altrettanto comune che il dilemma sulla fede e sulla religione venga superato ben presto e “archiviato” (talvolta in attesa di un risveglio postumo) e che più che un atteggiamento religioso, i nostri ragazzi sentano fortemente un risveglio di spiritualità quando la vita presenta loro esperienze di intenso impatto emotivo, legate ai cardini dell’esistenza: la vita, la morte, la paura… Poiché gli stimoli che subiscono dall’ambiente mediatico e tecnologico nel quale sono immersi e l’educazione economica tesa all’utile che gli viene somministrata non favoriscono, per ovvie ragioni, esperienze di contemplazione, dono, gratuità, creatività, ne va da sé che la loro dieta spirituale possa risultare un po’ povera».
Tornando alle tre serate dedicata alla “bellezza nelle religioni”, perché ogni dialogo viene preceduto da un corto teatrale? Quale rapporto esiste fra i due momenti?
«Teatro L’Attesa produce spettacoli e gestisce un teatro, perciò ci è sembrato naturale un approccio scenico al tema religioso. Senza contare che teatro e religione sono da sempre uniti dal filo comune dell’agon e del sacrificio e sono oltretutto due grandi forme di narrazione. Costruendo il percorso con l’attore Piergiorgio Gallicani, pur ispirandoci alle tre distinte tradizioni religiose, abbiamo scelto di rappresentare la bellezza nello sguardo di Dio verso le creature più umili».
Come sono stati scelti gli ospiti delle tre serate?
«Hanno in comune alcune caratteristiche e qualità: sono laici, sono appassionati e competenti, sono persone di pace. Siamo particolarmente contenti di aver potuto invitare una teologa islamica della qualità di Shahrzad Houshmand, che proprio qualche giorno fa è intervenuta come portavoce di un gruppo di 37 donne che saranno le consulenti del Vaticano per uno sguardo femminile sulla religione e sulla Chiesa».
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