Federico Buffa in scena con le Olimpiadi del ’36
di Adriano Arati
Il giornalista: «Attuali anche oggi, lo sa bene Donald Trump»
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REGGIO EMILIA. «L’Olimpiade del ’36 non avrebbe neppure bisogno di essere raccontata, basterebbe lasciarla andare, sarebbe sufficiente, con tutte le storie che porta con sé».
Per fortuna, però, l’olimpiade berlinese del 1936 la si può conoscere grazie alle parole e alle visioni di Federico Buffa, amatissimo telecronista e narratore sportivo da diversi anni impegnato a teatro.
Da venerdì 24 a domenica 26 il teatro Ariosto ospiterà la nuova tappa reggiana de “Le Olimpiadi del 1936”, lo spettacolo scritto da Buffa assieme a Paolo Frusca e Jvan Sica che vede sul palco lo stesso Buffa, nei panni del comandante del villaggio olimpico Wolgang Fürstner, accompagnato dal pianoforte di Alessandro Nidi, dalla fisarmonica di Nadio Marenco, la voce di Cecilia Gragnani. Al centro, la storia delle prime olimpiadi moderne, quelle segnate dai trionfi di Jesse Owens come dalla modernità e dalla potenza tecnologica della Germania di Hitler, Speer e Gobbels.
Buffa, le Olimpiadi hanno compiuto 80 anni.
«E sono ancora pienissime di storie, basterebbe farle scorrere per restare travolti da tutte le storie che raccontano. E c’è un sacco di contemporaneità, a distanza di 80 anni».
Qualche esempio?
«Io li faccio in base al pubblico. Se c’è un pubblico giovane, calcistico, posso raccontare che Coverciano, il centro sportivo della nazionale, è ispirata a Berlino, perché Ridolfi, il capo delegazione, era anche il presidente della Fiorentina».
È davvero l’Olimpiade del mito?
«È la prima olimpiade moderna, la fiaccola moderna la inventano i tedeschi, così come molti altri aspetti, a partire dal doping di stato».
Un evento da ricordare anche oggi, magari con qualche novità?
«Ne stavo parlando con Sky, varrebbe la pena fermare questa esperienza in un prodotto televisivo, partendo dalle storie, da quella di Owens in primis».
Parlare di Berlino ’36, della sua grandiosità, significa parlare di nazismo, di Hitler, della propaganda di Gobbels, dell’architettura di Speer.
«Più che di Hitler, mi vorrei fermare sugli altri due personaggi. Sono i principali protagonisti della seconda parte della vita del führer, e sono le persone che mettono in pratica la sua visione, Gobbels era un genio della propaganda».
Ai massimi livelli?
«I tedeschi erano delle impressionanti macchine organizzative, a volte ci scordiamo che organizzano due Olimpiadi a pochi mesi di distanza, quelle di Berlino e quelle invernali. Chi altro avrebbe potuto farlo? Anche gli impianti sono ancora perfetti».
Si torna alla modernità?
«E come non potrebbe? Nel 1936 avevano già la televisione in diretta, Owens nel 1936 vede la cerimonia inaugurale dalla “radio con le immagini”, come la chiama lui. Non ci rendiamo conto di cosa si preparassero a fare, e di cosa hanno fatto».
Ma tutti questi contenuti sono noti?
«Non abbastanza. Confrontandomi con tanti ragazzi ho scoperto, e non ne sono stupito, che nessuno ha idea di cosa sia successo allora. E quindi anche un percorso divulgativo ci starebbe, legato sempre all’oggi».
Come?
«Trump ha usato come slogan America First, e non l’ha inventato Trump. America First arriva dai nazisti americani, fra cui il presidente del comitato olimpico americano e il più nazista di tutti, l’aviatore Charles Lindberg. Quegli anni ’30 sono stati germinali in maniera impressionante, e vanno raccontati, fatti conoscere ai ragazzi».
Per fortuna, però, l’olimpiade berlinese del 1936 la si può conoscere grazie alle parole e alle visioni di Federico Buffa, amatissimo telecronista e narratore sportivo da diversi anni impegnato a teatro.
Da venerdì 24 a domenica 26 il teatro Ariosto ospiterà la nuova tappa reggiana de “Le Olimpiadi del 1936”, lo spettacolo scritto da Buffa assieme a Paolo Frusca e Jvan Sica che vede sul palco lo stesso Buffa, nei panni del comandante del villaggio olimpico Wolgang Fürstner, accompagnato dal pianoforte di Alessandro Nidi, dalla fisarmonica di Nadio Marenco, la voce di Cecilia Gragnani. Al centro, la storia delle prime olimpiadi moderne, quelle segnate dai trionfi di Jesse Owens come dalla modernità e dalla potenza tecnologica della Germania di Hitler, Speer e Gobbels.
Buffa, le Olimpiadi hanno compiuto 80 anni.
«E sono ancora pienissime di storie, basterebbe farle scorrere per restare travolti da tutte le storie che raccontano. E c’è un sacco di contemporaneità, a distanza di 80 anni».
Qualche esempio?
«Io li faccio in base al pubblico. Se c’è un pubblico giovane, calcistico, posso raccontare che Coverciano, il centro sportivo della nazionale, è ispirata a Berlino, perché Ridolfi, il capo delegazione, era anche il presidente della Fiorentina».
È davvero l’Olimpiade del mito?
«È la prima olimpiade moderna, la fiaccola moderna la inventano i tedeschi, così come molti altri aspetti, a partire dal doping di stato».
Un evento da ricordare anche oggi, magari con qualche novità?
«Ne stavo parlando con Sky, varrebbe la pena fermare questa esperienza in un prodotto televisivo, partendo dalle storie, da quella di Owens in primis».
Parlare di Berlino ’36, della sua grandiosità, significa parlare di nazismo, di Hitler, della propaganda di Gobbels, dell’architettura di Speer.
«Più che di Hitler, mi vorrei fermare sugli altri due personaggi. Sono i principali protagonisti della seconda parte della vita del führer, e sono le persone che mettono in pratica la sua visione, Gobbels era un genio della propaganda».
Ai massimi livelli?
«I tedeschi erano delle impressionanti macchine organizzative, a volte ci scordiamo che organizzano due Olimpiadi a pochi mesi di distanza, quelle di Berlino e quelle invernali. Chi altro avrebbe potuto farlo? Anche gli impianti sono ancora perfetti».
Si torna alla modernità?
«E come non potrebbe? Nel 1936 avevano già la televisione in diretta, Owens nel 1936 vede la cerimonia inaugurale dalla “radio con le immagini”, come la chiama lui. Non ci rendiamo conto di cosa si preparassero a fare, e di cosa hanno fatto».
Ma tutti questi contenuti sono noti?
«Non abbastanza. Confrontandomi con tanti ragazzi ho scoperto, e non ne sono stupito, che nessuno ha idea di cosa sia successo allora. E quindi anche un percorso divulgativo ci starebbe, legato sempre all’oggi».
Come?
«Trump ha usato come slogan America First, e non l’ha inventato Trump. America First arriva dai nazisti americani, fra cui il presidente del comitato olimpico americano e il più nazista di tutti, l’aviatore Charles Lindberg. Quegli anni ’30 sono stati germinali in maniera impressionante, e vanno raccontati, fatti conoscere ai ragazzi».
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