«Cambiare la classe dirigente»
di Adriano Arati
Per Sergio Rizzo è il solo modo per aiutare l’Italia. Il giornalista questa sera a Casina
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CASINA. «Il problema di Roma e dell’Italia intera rimane quello di una classe dirigente che non c’è». Non gira attorno alla questione Sergio Rizzo, questa sera protagonista a Casina (alle 21 alla biblioteca comunale di via Marconi) del nuovo appuntamento proposto dall’associazione culturale La 25° Ora.
Rizzo presenterà il suo ultimo volume, La Repubblica dei Brocchi, titolo già spietato e chiarissimo nel raccontare il tema: a nove anni da La Casta, il best seller realizzato insieme a Gian Antonio Stella che tanto fece parlare sui malcostumi italici, la situazione non è cambiata. E Rizzo, oggi editorialista del Corriere della Sera, lo ribadisce. «La classe dirigente deve essere il cuore del paese, e questo era il nodo».
Ed è stato risolto?
«No, il problema vero è questo, non è stata rinnovata né cambiata».
Vale solo per il pubblico? «No, vale per tutta la classe dirigente, per i professionisti, per la magistratura, per la cultura, per i giornali».
Pubblico e privato?
«Questo è un altro tema importante. Il degrado della classe dirigente si accompagna al prevalere dell’interesse privato su quello pubblico».
E questo nodo è affrontabile?
«Mi sembra che questo paese non lo voglia affrontare, il problema, almeno nella concretezza».
Che intende?
«Se si fa questo discorso con la politica, con i magistrati che contano, tutti sono d’accordo sulla carta, poi...».
Poi?
«Fatico a rendermi conto che il partito di maggioranza di questo paese si dissolve per motivi che nessuno ha capito».
È un problema del solo Pd?
«No, è diffuso. Non cambierebbe molto se mi si chiedesse di commentare quello che è successo a Genova nei 5 Stelle, non è spiegabile».
Il quadro è molto cupo, lei vede una possibilità di cambiamento?
«Cambiare non sarebbe impossibile né così difficile, ma non credo ci sia la coscienza politica per farlo».
Esempi recenti?
«L’ultima tornata di nomine pubbliche, non riesco a capire come si possa continuare a fare nomine di persone legate a questa corrente, a questo partito o a questo leader».
Non si aiuta la qualità, eh?
«Finché continuiamo in questo modo contribuiamo all’ulteriore decadimento di questa classe dirigente, e in aree cruciali come le aziende di interesse pubblico».
Per queste nomine, lei che strada sceglierebbe?
«Sono convinto che l’unica soluzione adeguata siano dei bandi europei».
Sulla carta tutto bello, ma pensi che cosa è successo per i bandi europei dei musei. Scoppiò il protezionismo.
«È abbastanza curioso che si faccia un bando europeo per i musei e non per le authority, il criterio dovrebbe essere comune, mentre per le authority abbiamo assistito a scelte fatte solo dalla politica, e non sulla base delle competenze».
Ma allora si può davvero cambiare?
«Il problema è che chi ne ha la responsabilità deve farsene carico, altrimenti ne paga le conseguenze».
Ovvero?
«I numeri sul calo della fiducia nella politica sono molto chiari, c’è un abbandono inevitabile con queste situazioni».
©RIPRODUZIONE RISERVATA
Rizzo presenterà il suo ultimo volume, La Repubblica dei Brocchi, titolo già spietato e chiarissimo nel raccontare il tema: a nove anni da La Casta, il best seller realizzato insieme a Gian Antonio Stella che tanto fece parlare sui malcostumi italici, la situazione non è cambiata. E Rizzo, oggi editorialista del Corriere della Sera, lo ribadisce. «La classe dirigente deve essere il cuore del paese, e questo era il nodo».
Ed è stato risolto?
«No, il problema vero è questo, non è stata rinnovata né cambiata».
Vale solo per il pubblico? «No, vale per tutta la classe dirigente, per i professionisti, per la magistratura, per la cultura, per i giornali».
Pubblico e privato?
«Questo è un altro tema importante. Il degrado della classe dirigente si accompagna al prevalere dell’interesse privato su quello pubblico».
E questo nodo è affrontabile?
«Mi sembra che questo paese non lo voglia affrontare, il problema, almeno nella concretezza».
Che intende?
«Se si fa questo discorso con la politica, con i magistrati che contano, tutti sono d’accordo sulla carta, poi...».
Poi?
«Fatico a rendermi conto che il partito di maggioranza di questo paese si dissolve per motivi che nessuno ha capito».
È un problema del solo Pd?
«No, è diffuso. Non cambierebbe molto se mi si chiedesse di commentare quello che è successo a Genova nei 5 Stelle, non è spiegabile».
Il quadro è molto cupo, lei vede una possibilità di cambiamento?
«Cambiare non sarebbe impossibile né così difficile, ma non credo ci sia la coscienza politica per farlo».
Esempi recenti?
«L’ultima tornata di nomine pubbliche, non riesco a capire come si possa continuare a fare nomine di persone legate a questa corrente, a questo partito o a questo leader».
Non si aiuta la qualità, eh?
«Finché continuiamo in questo modo contribuiamo all’ulteriore decadimento di questa classe dirigente, e in aree cruciali come le aziende di interesse pubblico».
Per queste nomine, lei che strada sceglierebbe?
«Sono convinto che l’unica soluzione adeguata siano dei bandi europei».
Sulla carta tutto bello, ma pensi che cosa è successo per i bandi europei dei musei. Scoppiò il protezionismo.
«È abbastanza curioso che si faccia un bando europeo per i musei e non per le authority, il criterio dovrebbe essere comune, mentre per le authority abbiamo assistito a scelte fatte solo dalla politica, e non sulla base delle competenze».
Ma allora si può davvero cambiare?
«Il problema è che chi ne ha la responsabilità deve farsene carico, altrimenti ne paga le conseguenze».
Ovvero?
«I numeri sul calo della fiducia nella politica sono molto chiari, c’è un abbandono inevitabile con queste situazioni».
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