Gazzetta di Reggio

«Cino Tortorella era severo Trattava i bambini da grandi» 

di Martina Riccò
«Cino Tortorella era severo Trattava i bambini da grandi» 

I reggiani ricordano il padre dello Zecchino d’oro nel giorno del funerale

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REGGIO EMILIA. «Per tirare fuori il meglio dai bambini, li trattavo come piccoli adulti. Senza usare inutili e stupide vocine».
Non aveva bisogno di trucchi il Mago Zurlì, Cino Tortorella, per farsi ascoltare dai piccoli protagonisti dello Zecchino d’oro. Impresa non da poco, va detto, considerando che i bambini – di cinque, sei, sette anni... – venivano “strappati” alle famiglie, alla scuola e ai giochi per qualche mese, e costretti a rispettare i tempi rigidi della diretta.
Di bimbetti, nella sua trasmissione, dal 1959 al 2009 ne sono passati più di tremila. Tra questi anche tre reggiani, che oggi, in occasione dell’ultimo saluto a Felice (questo il vero nome del mago all’anagrafe) lo ricordano con tenerezza e sincerità. Un omaggio vero, privo di quella patina di ipocrisia che troppo spesso viene stesa sulla morte, per l’uomo vero – con tanto di “spigoli” – che ha emozionato e fatto divertire intere generazioni di bambini.
«Ho ricordi molto chiari della mia esperienza allo Zecchino d’oro – racconta Cinzia Basenghi – e mentirei se dicessi che Cino Tortorella era una persona morbida. Pretendeva tantissimo da noi, forse anche più di quello che dei bambini potevano fare. Ci trattava da grandi».
Era il 1967, con il brano “Per un ditino nel telefono” – cantato insieme al modenese Andrea Sirotti – arrivò seconda. «Avevo sei anni – racconta Cinzia, che adesso vive a Casina e insegna al liceo Cattaneo di Castelnovo Monti – ed ero molto vivace, non stavo mai ferma. E Tortorella mi rimproverava sempre. Ricordo benissimo – ride – il momento in cui ci mettevano in fila, io scappavo di qui e di là, non riuscivo a rispettare le regole, e lui mi sgridava, anche con una certa enfasi. Ma poi si travestiva da mago e diventava dolce. Non era solo una questione di mantello e lustrini – dice – era una trasformazione vera: Cino Tortorella era severo, il Mago Zurlì era divertente. Col senno di poi capisco che non poteva fare altrimenti, eravamo davvero tantissimi, per di più scatenati, ma all’epoca questa dualità mi lasciava senza fiato».
Nei momenti di tensione, era l’alter ego di Tortorella, l’amatissimo Topo Gigio, a scherzare con i bambini. «Peppino Mazzullo era fantastico – ricorda con affetto Cinzia – giocava sempre con noi, si metteva alla pari. Non che Tortorella non lo facesse, ma era più severo e composto. Era il suo ruolo».
Anche Angelo Iotti, che si presentò alla terza edizione dello Zecchino d’oro, nel 1961, ha qualcosa da “rimproverare” al mitico Mago Zurlì. «Ricordo le selezioni nel mio paese, a Reggiolo, organizzate dal patronato scolastico. Mi presentai con le canzoni dell’epoca, muovendomi alla Adriano Celentano. Poi la chiamata in trasmissione e quelle domande del Mago Zurlì, così imbarazzanti. In diretta – racconta – mi chiese il numero degli abitanti di Reggiolo: ma si può fare una domanda del genere a un bambino?».
Tuttavia Iotti, che all’epoca aveva sette anni, non è rimasto traumatizzato dall’esperienza. Anzi. Tra i reggiani canterini è stato l’unico ad avere una carriera in ambito musicale. Come “bimbo prodigio” ha continuato a esibirsi in numerose serate e concorsi, in Italia e all’estero, partecipando al festival di Walt Disney nel 1962 e al secondo Campionato Europeo della canzone per bambini nel 1963. Dopo essersi diplomato in pianoforte al conservatorio Boito di Parma, ha calcato la scena musicale con la cantante giapponese Reiko Sanada, il Quartetto Mendelssohn e il Sestetto Poulenc. Oggi è docente al Boito. «Anche io avrei potuto cantare – racconta Cinzia Basenghi, malinconica – ma ho fatto scelte diverse. A 18 anni Mariele Ventre (fondatrice del Piccolo Coro dell’Antoniano di Bologna e amatissima da tutti i bambini, ndr) mi chiamò per cantare le sigle dei cartoni animati. Dissi no, e chiamarono Cristina D’Avena...».
Ultimo reggiano ad aver partecipato allo Zecchino d’oro è Gabriele Cantarelli. «Era il 1980 – racconta – e il Mago Zurlì non esisteva più». Imprigionato nel personaggio da lui inventato, infatti, a un certo punto (era il 1972) Tortorella appese la bacchetta magica al chiodo e smise di indossare la mantella blu. Ma continuò a presentare lo Zecchino d’oro, in giacca (a quadri) e cravatta (a pallini) fino al 2009, l’anno del contenzioso con frate Alessandro Caspoli, direttore dell’Antoniano. «Non mi ricordo tantissimo di Cino – racconta Gabriele, che adesso è giornalista – perché l’ho incontrato soltanto il giorno della diretta. Ma una cosa ce l’ho bene impressa in mente: io sono nato a Coviolo, così a chiunque mi chiedesse da dove venivo, rispondevo “Coviolo”. Cino Tortorella – ricorda ridendo – mi prendeva in giro e diceva: “Le persone non sanno neanche dov’è Reggio Emilia, come pensi che conoscano Coviolo? Devi dire che vieni da Reggio Emilia”. Era molto divertente». Come divertente è stato scoprire, alle fasi finali, che Gabriele non sapeva pronunciare la “c”. La faceva diventare una “s”, alla reggiana. «Avevo sette anni – racconta – e una voce molto bella. Allora suor Maria Teresa, che avevo avuto come maestra all’asilo parrocchiale di Coviolo, mi iscrisse allo Zecchino d’oro. Alle selezioni, a cui avevano partecipato oltre trecento bambini, mi presentai con una canzone che, casualmente, aveva pochissime “c”. Superai le prove e arrivai in trasmissione. Rimasi a Bologna per due mesi, insieme ad altri sei bambini italiani e sette stranieri, per imparare la canzone». A lui avevano assegnato “La mia dolce Nellì”. Dol-c-e. «Quando si accorsero del mio difetto di pronuncia si scatenò il panico – racconta Gabriele – e arrivarono a cambiare il testo del brano: le cinquanta dita diventarono quaranta, le trecce si trasformarono in capelli. Ma poi la “c” ho dovuto impararla, perché “dolce” dal titolo non si poteva certo togliere».
Storie buffe di bambini, rese possibili dalla magia di un uomo. Che era severo, preciso, competente. Artista, e – solo in scena – mago. «Il personaggio che ho inventato mi ha impedito di vivere la mia vita. Ancora oggi, anche in abiti borghesi, per tutti sono il mago Zurlì», ripeteva negli ultimi anni Tortorella. Orgoglioso, certo, ma anche stanco di essere legato per l’eternità a quella calzamaglia. Perché lui, nato Felice a Ventimiglia nel 1927 e morto giovedì scorso alla soglia dei 90 anni, era molto più di un semplice “mago”. Oggi i funerali sono per l’uomo. Come per l’uomo sono i ricordi dei bambini – e dei tre reggiani – che l’hanno conosciuto e incontrato dietro le quinte, prima che si cospargesse di brillantini. L’ultimo saluto si terrà nella chiesa della Divina Provvidenza di Quinto Romano a Milano. In accordo con la famiglia, Cino Tortorella sarà accompagnato dai canti del Piccolo Coro “Mariele Ventre” dell’Antoniano di Bologna, diretto da Sabrina Simoni.
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