recensione
“I Puritani” al Valli con qualche sbavatura
di Giulia Bassi
REGGIO EMILIA. In un’opera delicatissima come i Puritani c’è tutto, a cominciare dalla trama sontuosa, basata su un contesto storico, la guerra civile inglese (1645 – 1649), all’interno della quale s’...
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REGGIO EMILIA. In un’opera delicatissima come i Puritani c’è tutto, a cominciare dalla trama sontuosa, basata su un contesto storico, la guerra civile inglese (1645 – 1649), all’interno della quale s’intrecciano i drammi privati dei protagonisti, con corposi interventi corali.
E dal punto di vista musicale presenta mirabili melodie ben scolpite nel loro incedere, alla Bellini naturalmente, ma oltremodo ricche dal punto di vista della strumentazione, tanto da regalare all’opera la sua tinta specifica che la personalizza. Il colore dei Puritani, severo e militare, si coglie già dall’inizio, nell’incipit affidato ai corni. Dal punto di vista della linea di canto, ai quattro protagonisti spettano parti impervie con note da primato, come il fa sopracuto, scritto per il tenore nel ruolo di Arturo, da prendere quasi al termine dell’opera, ossia dopo tre ore.
Da qui si desumono le non poche difficoltà per la messa in scena di questo ultimo capolavoro belliniano e, in questo senso, l’allestimento proposto al Teatro Valli ha destato alcune perplessità sia sul piano visivo che su quello musicale. Se presentava una certa bellezza la scena fissa a semicerchio che ricordava la fortezza degli Stuart – un impianto funzionale che oltre a spazi esterni poteva ricreare anche quelli interni – la regia di Francesco Esposito non ha rivelato un’autentica caratterizzazione dei singoli personaggi.
Sul versante musicale la direzione di Jordi Bernacer, alla guida dell’Orchestra regionale dell’Emilia Romagna e del Coro del Teatro Comunale di Modena, ha restituito una partitura impoverita, carente di dinamiche e soprattutto senza imporre ai cantanti un chiaro passo univoco: pertanto Celso Albelo, nel ruolo di Arturo, si è preso non poche libertà di fraseggio allargando troppo i tempi dei cantabili. Il tenore spagnolo ha inoltre palesato delle difficoltà nei re bemolle di “A te o cara” e di “Credeasi misera” (dove non si è cimentato in quel terribile fa sopracuto), così come nel re naturale del duetto con Elvira nel cui ruolo, Irina Lungu ha invece fornito una buona prova, rivelando una voce importante, capace di dare espressione al dramma, e di modulare con sapienza il suo fraseggio. Insieme a lei, il migliore sicuramente è stato il basso Luca Tittoto, sir Giorgio, dal timbro omogeneo in tutti i registri. E ancora: convincente il personaggio di Enrichetta di Kato Nozomi mentre al baritono Fabian Veloz, Riccardo, è mancata l’ eleganza nel porgere. Nel finale, applausi da parte del pubblico con particolari consensi alla Lungu e a Tittoto.
Si replica domani alle 15.30.
E dal punto di vista musicale presenta mirabili melodie ben scolpite nel loro incedere, alla Bellini naturalmente, ma oltremodo ricche dal punto di vista della strumentazione, tanto da regalare all’opera la sua tinta specifica che la personalizza. Il colore dei Puritani, severo e militare, si coglie già dall’inizio, nell’incipit affidato ai corni. Dal punto di vista della linea di canto, ai quattro protagonisti spettano parti impervie con note da primato, come il fa sopracuto, scritto per il tenore nel ruolo di Arturo, da prendere quasi al termine dell’opera, ossia dopo tre ore.
Da qui si desumono le non poche difficoltà per la messa in scena di questo ultimo capolavoro belliniano e, in questo senso, l’allestimento proposto al Teatro Valli ha destato alcune perplessità sia sul piano visivo che su quello musicale. Se presentava una certa bellezza la scena fissa a semicerchio che ricordava la fortezza degli Stuart – un impianto funzionale che oltre a spazi esterni poteva ricreare anche quelli interni – la regia di Francesco Esposito non ha rivelato un’autentica caratterizzazione dei singoli personaggi.
Sul versante musicale la direzione di Jordi Bernacer, alla guida dell’Orchestra regionale dell’Emilia Romagna e del Coro del Teatro Comunale di Modena, ha restituito una partitura impoverita, carente di dinamiche e soprattutto senza imporre ai cantanti un chiaro passo univoco: pertanto Celso Albelo, nel ruolo di Arturo, si è preso non poche libertà di fraseggio allargando troppo i tempi dei cantabili. Il tenore spagnolo ha inoltre palesato delle difficoltà nei re bemolle di “A te o cara” e di “Credeasi misera” (dove non si è cimentato in quel terribile fa sopracuto), così come nel re naturale del duetto con Elvira nel cui ruolo, Irina Lungu ha invece fornito una buona prova, rivelando una voce importante, capace di dare espressione al dramma, e di modulare con sapienza il suo fraseggio. Insieme a lei, il migliore sicuramente è stato il basso Luca Tittoto, sir Giorgio, dal timbro omogeneo in tutti i registri. E ancora: convincente il personaggio di Enrichetta di Kato Nozomi mentre al baritono Fabian Veloz, Riccardo, è mancata l’ eleganza nel porgere. Nel finale, applausi da parte del pubblico con particolari consensi alla Lungu e a Tittoto.
Si replica domani alle 15.30.
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