Gazzetta di Reggio

Pasqua e Pasquetta d’antan con il gioco dello “scusìn” 

Adriano Arati
Pasqua e Pasquetta d’antan con il gioco dello “scusìn” 

Una volta ci si trovava dopo la messa e si gareggiava per conquistarsi il pasto  Ora si gioca ovunque ma le regole non sono cambiate: bisogna salvare l’uovo

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CASTELNOVO MONTI. Torna lo scusìn, la guerra delle uova sode colorate. Con l’arrivo della Pasqua la montagna si sta preparando per una delle sue tradizioni gastronomiche più conosciute e simpatiche, adorata dai “foresti” e dai bambini per la sua unicità.

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È lo scusìn, parola che poi viene declinata in modo differente in base ai paesi e ai dialetti, un’usanza diffusa in buona parte del versante emiliano del crinale appenninico, ed in particolare nel reggiano e nel modenese, territori cugini nella cultura e nella parlata. Lo scusìn è una competizione in cui ci si sfida con delle uova sode colorate, solitamente di rosso. E si svolge nel giorno di Pasqua e al massimo anche a Pasquetta.

Un tempo la sede classica era il sagrato della chiesa di ogni borgata, e si giocava prima e dopo la “messa grande”. Adesso l’arena può anche essere una piazza o un’aia, ma deve essere un luogo pubblico in cui gli abitanti possano ritrovarsi. La competizione diventa l’occasione per salutarsi, scambiarsi gli auguri e divertirsi in compagnia, magari ritrovando amici di gioventù che oramai si rivedono in poche occasioni, come il ritorno a casa per le feste comandate e le ferie. In ogni paese della montagna reggiana, si può trovare un capannello di scusìn fra Pasqua e Pasquetta.

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Le regole sono poche. Ogni concorrente compra un uovo, tutti gli sfidanti si mettono in fila sino a ricongiungersi ad anello e poi si parte. Il primo usa il suo uovo per picchiare su quello dello sfidante a fianco, che deve tenere il suo ovetto fermo con le mani. Vince chi rompe l’uovo dell’altro: chi lo fa, si prende in bottino l’ovetto altrui e può continuare il giro. Quando troverà un uovo più duro, lascerà il suo al nuovo vincitore ma si terrà tutti quelli già conquistati. A fine fila, si prende il sale, si sgusciano gli ovetti e si mangiano in diretta in compagnia.
La formula è semplicissima e permette parecchi turni nel giro di pochi tempo, scatenando competizioni e risate.

Tutto facile e allegro? Proprio no. In decenni in cui la montagna emiliana era poverissima, portare a casa dieci o venti uova sode era un’integrazione non da poco per le misere diete delle numerose famiglie di mezzadri. I trucchi erano tantissimi, e in tantissime occasioni le gare finivano con discussioni accese se non con risse. Tutto dipende da come si picchia l’uovo e soprattutto da come si tiene l’uovo “picchiato”: tenere le dita in alto per concedere poco spazio al rivale è una strategia classica. Chi punta a vincere spesso si dota di uova più robuste, colorate di rosso e sostituite di nascosto all’uovo ricevuto dall’organizzatore. In passato c’era chi usava copie in legno e chi puntava sulle uova di faraona, più resistenti di quelle di gallina ma dalla dimensione simile, e quindi facili da mimetizzare.

Nell’Emilia rurale e povera del ‘900, le uova erano uno dei beni più preziosi e una delle grandi monete di scambio. Garantivano un discreto contributo calorico ed energetico a persone che passavano lunghissime ore fra i campi, le botteghe e ad accudire famiglie numerose, spesso alle prese con l’incertezza della vita da mezzadri, contadini itineranti che a ogni San Martino rischiavano di dover far trasloco. Spesso questi nuclei usavano le uova come contante, scambiandole con altri prodotti necessari. E pure le donazioni, ad esempio quelle per la parrocchia, avvenivano spesso in uova, fresche e cotte.
Un altro mondo, più vicino all’800 che al nuovo millennio, lontano però solo una manciata di anni per molti abitanti dell’oggi.

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