La Fratellanza, un'osteria che sfida i secoli
Guastalla, nell'Ottocento era una società di mutuo soccorso, oggi è un luogo in cui gustare piatti tipici
GUASTALLA. Atmosfere e sapori d’altri tempi. Non è retorica, perlomeno a Guastalla. Perché l’osteria “La Fratellanza” attraversa tre secoli.
Si trova sotto i portici di corso Garibaldi, in uno dei punti più antichi e caratteristici del centro storico, su quell’argine quattrocentesco della Cerchia edificato a difesa dalle alluvioni del Po. Della trentina abbondante di osterie censite dagli storici locali come attive nella prima metà del ’900, è l’ultima rimasta. Perché non è caduta nell’oblio?
A cementarla con la comunità, facendone un “culto” della memoria collettiva, c’è un aspetto non secondario della sua storia che affonda nell’Ottocento, cioè l’essere stata sede di una “Società di mutuo soccorso”. Il simbolo lo ritroviamo nella “storica” insegna di legno: una stretta di mano come impegno solidale.
MUTUO SOCCORSO. «Le osterie erano anche ritrovi sociali, politici e centri d’incontro – spiega il ricercatore guastallese Cesare Vasconi – che a volte sopperivano, in parte, all’assenza o carenza di strutture sociali e socio-sanitarie o assistenziali per i poveri bisognosi, allora inesistenti o scarse. Nel 1863 fu fondata “La società di operai artieri (artigiani) di Guastalla” che nel 1888 si trasforma e diventa “Società di mutuo soccorso” di tutti gli operai e non solo artigiani-artieri. Da qui si può evincere il collegamento che comincia a strutturarsi con il Risorgimento per un’azione tendente ad una maggiore unità tra tutti i lavoratori e i cittadini che avrà un suo riconoscimento anche giuridico con la presidenza onoraria data a Giuseppe Garibaldi».
LA MUNTAGNA. Insomma, un’osteria viva, un luogo suggestivo e di concreta solidarietà ed assistenza che “divenne anche un circolo ricreativo per lavoratori e cittadini, per feste, anniversari ed attività politiche”. Talmente radicatosi che saprà riorganizzarsi dopo lo scioglimento imposto dal fascismo.
«Fino agli anni Settanta ed oltre – prosegue Vasconi – vi era una frequentazione numerosa di operai, artigiani, commercianti e lavoratori della terra. L’osteria era anche denominata “La Muntagna”, forse da uno scritto di Camillo Prampolini (“La Montagna, ossia la via dell’emancipazione”), oppure per la dislocazione raggiungibile dopo una leggera salita (sul citato argine della Cerchia, ndr), ironicamente un luogo dove i lavoratori e i poveri, dopo gli impegni o il lavoro o come disoccupati si recavano per brevi pause, soste-vacanze: le ferie in miniatura.
Era anche un luogo di contatto, discussione, ritrovo utilizzato anche dai sindacati, dai partiti, da enti, associazioni ed amministrazioni locali per la propria propaganda informativa. Nel periodo post-bellico la Società di mutuo soccorso perde la sua funzione per l’affermarsi graduale di una maggiore e diversa offerta pubblica assistenziale e previdenziale».
Resta, però, l’osteria-ritrovo. E, a memoria d’uomo, dietro al bancone si alterneranno due famiglie, abbracciando circa quarant’anni di bevute e mangiate.
Dagli anni Sessanta al Duemila. Un lungo periodo all’insegna prima della gestione di Bernini (in realtà vi lavoravano in tre, Giovanni Bernini e la moglie Cesarina Alessandri, ma anche la figlia Giuliana) e poi della Francesca (l’organizzazione familiare prevedeva Francesca Volpi in cucina, il marito Armando Zerbini che seguiva la cantina e la figlia Armanda che serviva ai tavoli).
Gli avventori? Più amici che clienti. Di ogni ceto sociale, perché lì una capatina l’ha sempre fatta anche qualche colletto bianco (non troppi, per la verità, perché la vocazione del locale non era certo borghese). E macchiette di tutti i tipi – accomunate dall’amore per le sbronze... – di cui non s’è perso il ricordo grazie ai ritratti dell’artista-corniciaio Mario Daolio, capace di esprimersi anche in osteria con un suo personalissimo colore, cioè un mix di lambrusco e cenere di sigaretta.
VINO E FATICHE. Quest’ultima accoppiata – alias vino genuino e permanente cappa di fumo – del resto non mancava mai, come le carte da briscola, i piatti della tradizione a prezzi contenuti, i pettegolezzi, le battutacce, i racconti di donne ma anche di faticacce estreme, le cantate a squarciagola a volte pure con l’accompagnamento musicale.
Un micromondo bassaiolo tutto al maschile (come clientela) che dalla stupenda porta d’ingresso si apriva sullo stanzone con bancone e tavoli, poi la cucina, la sala da pranzo e il cortile interno che ti portava sino al campo da bocce (teatro di mille spassose sfide). Un luogo diventato leggendario se non unico nelle terre del Po, amato da attori e musicisti, oltre che scelto come set cinematografico se non immortalato da alcuni servizi televisivi.
LA SVOLTA. Ma quando la Francesca dice “basta” alla fine del Duemila, la storica osteria rischia grosso.
La chiusura si tramuta in una perdita mai accettata, nemmeno dai turisti (anche stranieri, visto che il locale è segnalato in diverse guide) beffati da quel portone chiuso. Intanto però il tempo passa e la “Fratellanza” rimane viva solo nei discorsi nostalgici di clienti e amanti della tradizione.
Nel 2004 la svolta: c’è un progetto, sarà vincente. L’osteria viene acquistata e ristrutturata con sapienza dal nuovo proprietario (Claudio Setti), della gestione se ne fa carico un ristoratore guastallese di lungo corso come Marco Lupi che affida la cucina alla cuoca Monica Ascari. Si ricomincia puntando categoricamente sui piatti tipici. Cambia solo il modo di vivere “La Fratellanza” e non poteva essere diversamente: ci si va per pranzare o cenare. Orari da ristorante, ma l’atmosfera è impagabile. Da allora un angolo della vecchia Guastalla è salvo.
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