Un viaggio incredibile tra i tesori di Damien Hirst
Le opere dell’artista in mostra a Punta della Dogana e Palazzo Grassi a Venezia. Un’occasione per ripensare l’arte e il vero, tra bugie e finte verità
VENEZIA. «La letteratura non è nata il giorno in cui un ragazzo, gridando al lupo al lupo, uscì di corsa dalla valle di Neanderthal con un gran lupo grigio alle calcagna: è nata il giorno in cui un ragazzo arrivò gridando al lupo al lupo, e non c’erano lupi dietro di lui».
Basta sostituire “letteratura” con “arte” – Nabokov non si offenderà – per spiegare la colossale mostra di Damien Hirst a Venezia. Perché quello che “Treasures from the Wreck of the Unbelievable” fa è creare il vero partendo dal falso, mescolando materiali e talento reali con – bellissime – storie inventate. La narrazione di Hirst, che idealmente comincia a Punta della Dogana con la frase Somewhere between lies and truth lies the truth, termina a Palazzo Grassi con due mani giunte in preghiera. Un invito – o meglio una speranza, dato che la pelle incrostata di coralli è verde – a credere alla finzione dell’arte.
Tutto ha inizio nel 2008, al largo della costa orientale dell’Africa, quando viene scoperto il relitto di un vascello naufragato. All’interno dello scafo si trova, intatto ma ricoperto di pesanti concrezioni marine, il tesoro di Cif Amotan II, un liberto di Antiochia (città della Turchia nord occidentale) vissuto tra la metà del I e l’inizio del II secolo dopo Cristo. Le sue ricchezze, racimolate in ogni angolo del mondo antico, erano state caricate sulla nave Apistos (che in greco antico significa “Incredibile”) per essere trasferite in un tempio appositamente creato dal collezionista ma, a causa del naufragio, i tesori di Cif Amotan sono rimasti sul fondo dell’Oceano Indianoper millenni.
Le operazioni di recupero effettuate da subacquei e sommozzatori sono documentate da foto e video proiettati in mostra. Vedere riemergere dagli abissi tesori che si pensavano persi per sempre è a dir poco emozionante. Poterli osservare da vicino, ripuliti dai coralli e dalle incrostazioni che ne avevano ricoperto la superficie, fa scorrere brividi lungo la schiena. Anche perché le opere recuperate dal relitto Incredibile dimostrano come nell’antichità tutto fosse già stato detto.
Nel bronzo “Metamorfosi”, ad esempio, si ritrova il perenne antagonismo tra creatività e autorità. La necessità umana di creare racconti su ciò che non trova spiegazione è dimostrata dalla copia in marmo del gigantesco cranio di un mammut femmina: gli antichi erano soliti attribuire questi teschi, caratterizzati da una grande cavità nasale centrale, alla mitica razza dei ciclopi.
Invece il Minotauro, scolpito nell’atto di violentare una vergine, rappresenta i pericoli di una incontrollata sessualità maschile. «L’arte classica – spiega il curatore della mostra – ha spesso estetizzato questi episodi sterilizzando i riferimenti espliciti all’atto sessuale. Nel mito queste violenze erano in parte spiegate sostenendo che il dio Eros aveva il potere di sopraffare il corpo e la volontà degli uomini in ogni momento. Una simile distinzione prefreudiana tra il conscio e l’inconscio suggerisce che il Minotauro, rimasto un simbolo di violenza sessuale e di lussuria maschile, particolarmente nell’opera di Picasso, potrebbe essere visto come un’orribile personificazione del sonno della ragione».
Ma nelle bellissime stanze di Punta della Dogana (affacciata fra le rive di Canal Grande e del Canale della Giudecca) e del sontuoso Palazzo Grassi, si trovano anche reperti sconvolgenti: dal ventre della nave Incredibile sono state salvate sculture ritraenti Pippo, Topolino, Mowgli e Baloo.
Tutto vero, o meglio tutto finto (l’avrete capito). E allora scappa un gran sorriso perché, pur sapendo dell’imbroglio, qui e là abbiamo creduto a quello che vedevamo e leggevamo. Ma l’inganno di Hirst, oltre a divertire, affascina. L’artista inglese riesce a rivisitare i miti (da Andromaca a Proteo passando per il dio Apollo a cui un grosso topo sta rosicchiando il piede) e giocare con il pubblico (che, incuriosito, finalmente vede e non solo guarda).
Impossibile, poi, non leggere nella favola una critica alla critica: paroloni e frasi ciceroniane imitano la lingua degli esperti, trascinando i visitatori in turbinii di nulla. O, forse, stimolano a ripulire l’essenza dal superfluo per trovare il senso.
Hirst in persona (suo il volto del “Busto del collezionista”, alter ego del famoso quanto falso Amotan che si protende in avanti sfidando il destino e l’ardua sentenza del pubblico) lo afferma nella sala del veliero, dove al modellino interattivo dell’imbarcazione (mai) naufragata fanno da cornice i disegni preparatori delle sculture presenti in mostra. Studi e progetti che testimoniano la faticata origine dei nostri sorrisi. E definitivamente ci conquistano.
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