Giorgiana Masi una morte che resta un “buco nero”
di Enrico Pucci
Il giornalista di Repubblica Concetto Vecchio ricostruisce in un’inchiesta uno dei casi che segnarono gli anni Settanta
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ROMA. Fra i “buchi neri” degli anni Settanta, l’omicidio di Giorgiana Masi era rimasto uno dei misteri più inesplorati. A colmare la lacuna ci ha pensato Concetto Vecchio, giornalista di “Repubblica”, con il libro-inchiesta che esce giovedì per i tipi di Feltrinelli, alla vigilia del quarantesimo anniversario dell’uccisione della studentessa romana (12 maggio 1977).
Giorgiana fu ammazzata con un colpo di pistola, sparato da una mano ignota, durante una carica di polizia contro una manifestazione organizzata dal Partito radicale per sfidare il diktat di Cossiga, ministro degli Interni: stop a ogni raduno di piazza, come conseguenza dell’uccisione di un poliziotto, un mese prima, in occasione di un altro corteo nella capitale. Giorgiana non era un’autonoma e neanche una militante di partito. Era solo una studentessa all’ultimo anno di liceo che quel giorno aveva deciso di partecipare a una manifestazione indetta per raccogliere le firme per i referendum. Fu colpita alle spalle da un proiettile vagante, mentre scappava da viale Arenula verso Trastevere, sul Ponte Garibaldi, dietro la forza d’urto della polizia. “Giorgiana è nostra figlia che va a una manifestazione pacifica e non torna più a casa; ci può essere qualcosa di più intollerabile? ” , si chiede Vecchio, e in questo interrogativo sta tutta l’urgenza di un’inchiesta che è anche una riflessione amara su quegli anni tribolati.
Chi sparò quel colpo? Chi armò quella mano? La ricerca di Vecchio, rigorosissima e senza alcun pregiudizio ideologico, parte dalla necessità di dare quella risposta che nemmeno i processi avevano saputo trovare. Perché la famiglia Masi non ha mai avuto giustizia. Giorgiana è il simbolo di un’intera generazione vittima di un conflitto che non poteva avere soluzione incruenta, fra movimenti e spinte che puntavano all’eversione e uno Stato che si difendeva e reagiva senza esclusione di colpi.
Montagne di atti stipati nello studio dell’avvocato Boneschi, legale della famiglia Masi, articoli di giornale, vecchi filmati d’archivio, numerose testimonianze: Vecchio rilegge tutto con certosina pazienza, mosso da una specie di ossessione, come il commissario Matthäi della “Promessa” di Dürrenmatt, che alla fine non riuscirà a dare un nome all’assassino. Perché nella vita vera, a differenza dei romanzi gialli, la verità non sempre può venire a galla. E non poteva venire alla luce in un’Italia sull’orlo della guerra civile, alla fine degli anni Settanta, quando anche un giudice doveva forse fermarsi un attimo prima di mettere in crisi l’ordine democratico costituito.
Scoprire quel colpevole – è questa la tesi di fondo del libro – voleva dire incolpare la polizia e quindi indicare una precisa responsabilità politica. Poteva permetterselo, lo Stato, mentre era impegnato nella lotta contro il terrorismo? Perché a sparare, alla fine, non poteva che essere stato un poliziotto. Troppi gli indizi, i frammenti di un puzzle cui sarebbe alla fine mancata solo l’ultima tessera. C’erano agenti in borghese infiltrati fra i manifestanti, quel giorno, ci sono persino le foto che li ritraggono, armati di pistola. C’erano quelli in divisa e in assetto antisommossa. Due autoblindi. Testimoni riferirono di aver sentito anche un colpo diverso dal suono che fanno i lacrimogeni, come di arma da fuoco. La tesi della Questura, nel corso delle indagini, fu invece che a sparare il colpo letale, per sbaglio, era stato un dimostrante.
La narrazione di Vecchio si snoda tesa e avvincente, come la sceneggiatura di un film. Spiccano i ritratti e i capitoli su Cossiga e su Pannella, l’Alfa e l’Omega di questa storia, due giganti in chiaroscuro del dopoguerra repubblicano.
Un lavoro, quello di Vecchio, che si inserisce in un filone di passione civile del quale ci piace citare, a modello, “L’Affaire Moro” di Sciascia, siciliano come l’autore. E che per restare invece ai contemporanei ricorda, anche per l’inserimento di alcuni aneddoti autobiografici, lo stile della non fiction novel alla Carrère. Una ricca bibliografia e un prezioso indice analitico impreziosiscono il volume.
Giorgiana fu ammazzata con un colpo di pistola, sparato da una mano ignota, durante una carica di polizia contro una manifestazione organizzata dal Partito radicale per sfidare il diktat di Cossiga, ministro degli Interni: stop a ogni raduno di piazza, come conseguenza dell’uccisione di un poliziotto, un mese prima, in occasione di un altro corteo nella capitale. Giorgiana non era un’autonoma e neanche una militante di partito. Era solo una studentessa all’ultimo anno di liceo che quel giorno aveva deciso di partecipare a una manifestazione indetta per raccogliere le firme per i referendum. Fu colpita alle spalle da un proiettile vagante, mentre scappava da viale Arenula verso Trastevere, sul Ponte Garibaldi, dietro la forza d’urto della polizia. “Giorgiana è nostra figlia che va a una manifestazione pacifica e non torna più a casa; ci può essere qualcosa di più intollerabile? ” , si chiede Vecchio, e in questo interrogativo sta tutta l’urgenza di un’inchiesta che è anche una riflessione amara su quegli anni tribolati.
Chi sparò quel colpo? Chi armò quella mano? La ricerca di Vecchio, rigorosissima e senza alcun pregiudizio ideologico, parte dalla necessità di dare quella risposta che nemmeno i processi avevano saputo trovare. Perché la famiglia Masi non ha mai avuto giustizia. Giorgiana è il simbolo di un’intera generazione vittima di un conflitto che non poteva avere soluzione incruenta, fra movimenti e spinte che puntavano all’eversione e uno Stato che si difendeva e reagiva senza esclusione di colpi.
Montagne di atti stipati nello studio dell’avvocato Boneschi, legale della famiglia Masi, articoli di giornale, vecchi filmati d’archivio, numerose testimonianze: Vecchio rilegge tutto con certosina pazienza, mosso da una specie di ossessione, come il commissario Matthäi della “Promessa” di Dürrenmatt, che alla fine non riuscirà a dare un nome all’assassino. Perché nella vita vera, a differenza dei romanzi gialli, la verità non sempre può venire a galla. E non poteva venire alla luce in un’Italia sull’orlo della guerra civile, alla fine degli anni Settanta, quando anche un giudice doveva forse fermarsi un attimo prima di mettere in crisi l’ordine democratico costituito.
Scoprire quel colpevole – è questa la tesi di fondo del libro – voleva dire incolpare la polizia e quindi indicare una precisa responsabilità politica. Poteva permetterselo, lo Stato, mentre era impegnato nella lotta contro il terrorismo? Perché a sparare, alla fine, non poteva che essere stato un poliziotto. Troppi gli indizi, i frammenti di un puzzle cui sarebbe alla fine mancata solo l’ultima tessera. C’erano agenti in borghese infiltrati fra i manifestanti, quel giorno, ci sono persino le foto che li ritraggono, armati di pistola. C’erano quelli in divisa e in assetto antisommossa. Due autoblindi. Testimoni riferirono di aver sentito anche un colpo diverso dal suono che fanno i lacrimogeni, come di arma da fuoco. La tesi della Questura, nel corso delle indagini, fu invece che a sparare il colpo letale, per sbaglio, era stato un dimostrante.
La narrazione di Vecchio si snoda tesa e avvincente, come la sceneggiatura di un film. Spiccano i ritratti e i capitoli su Cossiga e su Pannella, l’Alfa e l’Omega di questa storia, due giganti in chiaroscuro del dopoguerra repubblicano.
Un lavoro, quello di Vecchio, che si inserisce in un filone di passione civile del quale ci piace citare, a modello, “L’Affaire Moro” di Sciascia, siciliano come l’autore. E che per restare invece ai contemporanei ricorda, anche per l’inserimento di alcuni aneddoti autobiografici, lo stile della non fiction novel alla Carrère. Una ricca bibliografia e un prezioso indice analitico impreziosiscono il volume.
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